Il Six Kings Slam ripiomba improvvisamente nelle nostre vite. Improvvisamente (o improvvidamente) si riaccendono le luci su Riad, là rivedremo Jannik Sinner dopo una sosta forzata che dura dal 12 luglio, glory day sul prato di Wimbledon e quelle mani che sollevano il trofeo più pesante del mondo. Ma se di Jannik per ora vediamo solo l’ombra e lui speriamo non i fantasmi, per fortuna il vento della Francia ci ha portato in dote una vittoria che vale più di quello che si possa pensare. Lorenzo Musetti ha riattaccato i fili della corrente, un corti circuito aveva mandato in tilt il suo tennis, piagato e piegato dagli infortuni, a un passo dall’essere numero tre del mondo all’alba della stagione (memo: si stava a Melbourne e lui, il Muso, due set a zero contro Djokovic), quando il morso del destino ha iniettato il veleno e così niente scalpo eccellente e niente podio alle spalle dei Sincaraz. Soprattutto, il primo gradino di una scala mobile che l’ha portato sempre e solo verso il basso. Avete mai provato a risalire prendendola al contrario? E com’è finita? Ecco, male. Così Musetti. Un infortunio dopo l’altro e la sensazione di scivolare come se non ci fosse un domani o come se nel caso fosse un pozzo nero.
Fino a Lione. Fino al torneo che sarebbe potuto terminare subito e che invece si è rivelato la settima meraviglia del mondo. Lione non è Parigi, ma Lorenzo ci ha dipinto la sua Gioconda di fine anno e il modo con cui ha festeggiato e gioito e goduto di quella vittoria traduce simultaneamente il suo stato d’animo. Ci dice cose di un uomo di 24 che non vediamo e che possiamo solo immaginare. Da quattro anni Lorenzo non vinceva un torneo e da allora dalle finali è sempre uscito malconcio e ci tocca fare un po’ di autocritica con lui, non ci basta mai Musetti: non ci basta il suo rovescio toccato dal genio, non ci bastano le sue variazioni, altro che Goldberg, non ci basta che sia lui tra i Templari del tennis. No, vogliamo sempre di più. È bravo ma non si applica. No, lui si applica, solo che a fare le O mica tutti sono come Giotto. Ogni tanti sei Musetti e anche la perfezione si fa quadrata. A fine novembre c’è la Coppa Davis, lui con quella maglia ha vinto due volte l’Insalatiera dal design un filo kitsch ma sempre per delega, su dieci partite in azzurro gliene sono riuscite tre, che sono sempre più di mezza, ma che non possono regalargli la patente di davisman. Quell’ombrello per ripararsi dalle intemperie, quel vitalizio per garantirsi dagli scivoloni. Sul vassoio c’è la Final Eight, la Coppa Davis la mettiamo al centro: Musetti reclama un posto da capo tavola. Non c’è momento migliore garantirselo.
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