La speranza di Simona Tomatis ha un volto: Max Parisi, voce di Radio Monte Carlo. Malato dal 2024 di tumore al pancreas con metastasi al fegato, si cura in America con il daraxonrasib. «Non doveva esserci più già ad agosto e invece sta meglio», racconta Simona. È il suo faro: è lui a spronarla a partire. Il farmaco è approvato negli Usa e attende il via libera europeo. Lei non può aspettare. «Oggi sono a casa, con la gamba in alto», risponde al telefono, quasi a scusarsi. Una trombosi ha costretto i medici a rimandare la chemio: «Non cammino praticamente più». Eppure la voce non trema: «Se proprio non ho altre possibilità, me la devo giocare. Sì, me la devo giocare».Simona ha 50 anni, 51 tra un mese. Educatrice dell’Asl Cn 2, vive a Sant’Albano Stura, ha due figli di 21 e 16 anni. «Da due anni avevo una stanchezza che non era normale. La attribuivo ai figli, alla casa, al lavoro». Poi, appena rientrata dalle vacanze, il corpo ha smesso di sussurrare e ha cominciato a gridare: un dolore al fianco, un mal di stomaco che non passava: «Ho detto: vado in pronto soccorso». Era settembre 2024. «Se avessi tamponato il mal di stomaco, non l’avrei mai scoperto». Da allora, la spola tra gli ospedali di Verduno, Verona, Milano e Torino. A giugno 2025 l’intervento: «Un interventone, ma è andato tutto bene». A settembre il marcatore «schizza», sul fegato compaiono le lesioni. Consulti ovunque: «Non perché non mi fidassi di Verduno, ma con un tumore così più consulti fai, meglio è». La chemio fatta fino ad agosto «è stata come acqua fresca». Ora fa l’ultima disponibile e i medici, ammette, «hanno un po’ di titubanza».
Un sostegno per le cure
Simona ha una mutazione rara, diversa dalla Kras che riguarda il 90% dei malati. Da New York hanno risposto subito: serve una valutazione sul posto. Se il farmaco sarà per lei, poi dovrà restare almeno due mesi: «Tutte le settimane devi fare i controlli, è impensabile andare avanti e indietro».La terapia supera i 40 mila dollari al mese. Si è convinta a partire dopo aver parlato con i medici dell’ospedale Santa Chiara di Pisa, che ha partecipato alla sperimentazione: «Mi hanno detto che un piccolo gruppo di pazienti con la mia mutazione è stato inserito e che negli Usa il farmaco viene dato a tutti. Questo mi ha dato il la: ci dobbiamo provare». Al plurale. Perché in questa storia nessuno l’ha mai lasciata sola. Il compagno, l’ex marito, i genitori, il fratello: «Una famiglia allargata molto unita. Ho l’appoggio di tutti, a 360 gradi». E gli amici, che hanno lanciato la raccolta fondi: oltre 70 mila euro da 1.500 donatori in meno di una settimana. «Un’esplosione incredibile. Voglio ringraziare tutti quelli che hanno donato, qualsiasi cifra: già solo il fatto che abbiano dedicato un pensiero è importante». La raccolta è stata avviata da Cecilia Jahier, amica di Simona, su GoFundMe, con il titolo «Un aiuto per Simona. Un sostegno per le cure salvavita». Gli aggiornamenti sono pubblicati sull’omonima pagina Facebook. Simona rilancia anche la petizione per portare il farmaco in Italia, «ci sono tante altre persone che ne hanno bisogno». E pensa a chi affronta la malattia da solo: «In tanti non hanno le risorse che ho potuto avere io, nessun malato va lasciato solo». La ferita più grande sono i figli: «Gliel’ho detto in modo graduale, ma è stata una bomba. Soprattutto per il più piccolo: non è facile. Sono due perle meravigliose e io ho ancora bisogno di rimanere nel loro mondo». A chi legge chiede una cosa sola: «Se il corpo ci dà un segnale, cogliamolo subito. Subito. Non aspettiamo».
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