Home Business Netanyahu, prima l’Iran e poi il governo? Il calcolo sui 42 giorni

Netanyahu, prima l’Iran e poi il governo? Il calcolo sui 42 giorni

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Benjamin Netanyahu, sostanzialmente, avrebbe «carta bianca per fare ciò che vuole», dice lo stratega politico Ronen Tzur alla radio israeliana 103FM. «Non ha fretta di formare una coalizione. Ha piuttosto urgenza di lanciare una campagna contro l’Iran». Il ragionamento si basa sull’ipotesi che sia lui a ricevere l’incarico di formare il governo, in quanto leader del primo partito. A quel punto, avrà fino a 42 giorni per mettere in campo una strategia di equilibrismi fra trattative politiche e campagna militare, con l’obiettivo di rovesciare il regime di Teheran – o infliggere al regime dei Pasdaran qualche significativo colpo – così da tornare alle urne più forte: da vincitore, e per vincere.

L’altra scadenza, quella della Casa Bianca, è il 3 novembre. Trump non vuole riaprire la guerra prima delle elezioni di metà mandato. Ma per il giorno dopo, secondo il Wall Street Journal, Washington avrebbe avvertito i Paesi del Golfo di prepararsi all’eventualità di una campagna «breve e intensa». Un ulteriore sistema Patriot, scrive il Wsj, sarebbe in viaggio dal Texas verso Israele, e militari statunitensi sarebbero stati trasferiti da alcune basi in Medio Oriente, dove si trovano esposti e vulnerabili. Trump, lo dice lui stesso, non ha ancora deciso. E tiene aperta anche la porta di un accordo.

A Gerusalemme il dossier divide vertici politici e militari. Per il Financial Times, Netanyahu avrebbe già voluto colpire l’Iran nel fine settimana del 10 ottobre e Trump lo avrebbe fermato. Il New York Times ha colto la resistenza del capo di Stato maggiore Eyal Zamir, che non vedeva urgenza militare e si sarebbe opposto a quella politica, temendo una risposta iraniana. Indiscrezioni che il premier ha smentito. Il rischio per Israele, dal nucleare ai missili, è reale ma la strategia messa in campo da Trump e Netanyahu è controversa e non ha prodotto risultati adeguati alle aspettative.

Intanto sul tavolo di Teheran è ricomparsa una proposta. Secondo Reuters, i mediatori qatarioti hanno consegnato domenica una nuova bozza e sette giorni per affrontare i nodi irrisolti: Teheran vuole sempre la fine del blocco navale statunitense e l’alleggerimento delle sanzioni in cambio della riapertura di Hormuz; Washington si aspetta garanzie verificabili sul nucleare. Doha cerca almeno segnali di buona volontà e chiede all’Iran di riaprire lo stretto e smettere di minacciare i vicini arabi. A Teheran, lunedì, sono arrivati anche rappresentanti di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, preoccupati di una nuova escalation attraverso l’intera regione. Per il Guardian, l’Iran sarebbe pronto a riaprire il passaggio marittimo quattro giorni dopo la revoca delle sanzioni.

L’ipotesi di Ronen Tzur ha una logica nella prospettiva di Netanyahu ma il presupposto che nuovi raid possano rovesciare la Repubblica islamica resta improbabile secondo la quasi unanimità degli analisti. In chiave interna israeliana, produrrebbe ulteriori divisioni, altro che un governo di unità nazionale.

Se il presidente Isaac Herzog – con una mossa di rottura rispetto alla tradizione ma perfettamente regolare – affidasse l’incarico a Gadi Eisenkot, allora il meccanismo immaginato da Tzur crollerebbe, anche se Netanyahu resterebbe alla guida del governo uscente fino alla formazione del successivo.

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