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Alec Trenta: “A essere cani si rimane soli”

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Parte oggi sul sito de La Stampa Il sogno in un fumetto, una rubrica che racconterà l’universo creativo delle penne e matite del panorama fumettistico italiano. Sarà una raccolta di interviste con cui ogni giovedì un fumettista diverso racconterà il proprio rapporto con la nona arte. Buona lettura.

Alec Trenta disegna tanti cani. Cani che si innamorano, che soffrono, che si perdono tra la folla di un concerto. Uomini che diventano cani e cani che sono molto più umani di quanto vorrebbero ammettere. Per il fumettista, autore di Occhi di Cane (Gallucci Editore, 2026), sono il modo migliore per raccontare un mondo in cui le emozioni si sentono fortissimo, ma non sempre si riescono a comunicare. Una graphic novel che si barcamena tra fotografie di famiglia e vignette che raccontano ricordi di nonni mai conosciuti. Alec ha costruito un linguaggio in cui il fumetto dialoga con le folle, le emozioni, la musica e la continua ricerca di sé. «Non riesco ancora a vivere di fumetto» racconta. Nel dubbio continua a disegnare. «Sto continuando a cercare un mio posto,n tanto nel mondo quanto nel fumetto. Ho un lavoro full time e il disegno subentra nelle ore di stanchezza a fine giornata. Per fortuna c’è un posto che mi salva».

Mi dica di più Alec, dov’è questo posto salvifico per disegnare?
«Ai festival. Ho iniziato a collaborare con alcune rassegne, mi piace perché sono un pretesto per interrompere il flusso degli impegni dell’anno. Mi rimane il tempo per pensare a chi sono e cosa vorrei fare, lì sono davvero me stesso».

Come mai?
«Sono i contesti in cui stacco davvero il cervello e riesco a prendere in mano la matita. Senza commissioni ma solo io e la Moleskine».

Nelle sue storie il legame con la musica sembra inossidabile.
«È tutto per me, al pari del fumetto. Ho paura di diventare sordo per quanta ne ascolto mentre disegno. Un disco che mi ha fatto riflettere in merito è Orbit Orbit di Caparezza, io senza musica non riesco a lavorare».

Com’è nato l’amore per la musica?
«Quando ero piccolo guardavo molti videoclip. Infatti ho studiato videomaking in Officina Pasolini a Roma con quell’obiettivo, ma sono finito a fare il montatore e annoiarmi. Da quando ho iniziato a fare fumetti con la musica in sottofondo è cambiato registro, è come se facessi già dei film pazzeschi su carta con la loro colonna sonora».

Un’illustrazione di Alec Trenta per un concerto di Rares

 

Tant’è che i concerti sono diventati il soggetto di alcuni tra i suoi ultimi lavori.
«Verissimo. L’ultimo che mi ha proprio travolto è stato quello dei Cani al Poplar, a Trento. La mia cifra stilistica è disegnare uomini come cani, quindi è stato quasi didascalico ma bellissimo ritrarre quella situazione sul palco».

Da qui è nato anche Occhi di Cane. Un fumetto molto introspettivo, che però esplode anch’esso in questa coralità musicale. Come dialogano queste due componenti nel suo lavoro?
«Nel modo più semplice del mondo: essendo parte di me entrambe. Io mi siedo e scrivo, senza controllare cosa uscirà fuori. Molto viene dalla psicanalisi. In Occhi di Cane la vera sfida è stata unire altri due linguaggi, il fumetto e la fotografia».

Una sfida non da poco.
«Ho iniziato con cinquecento foto provenienti dal mio archivio familiare, selezionando le immagini più adatte e raccogliendo dati e le storie che c’erano dietro. Il fumetto racconta dei miei nonni, anche se non li ho mai conosciuti».

Qual è stata la maggiore difficoltà?
«Dare il giusto peso a entrambe le forme di espressione. Non volevo che le foto soffocassero le vignette o viceversa».

Da dove nasce il bisogno far dialogare fumetto e fotografia?
«Nasce tutto in ISIA, a Urbino, dove ho studiato. Al secondo anno un esame ci chiedeva di fare un archivio. C’è chi ha catalogato i nei del proprio corpo o altro, io avevo questa scatola piena di foto con me. Nello stesso tempo stavo leggendo Heimat di Nora Krug, edito da Einaudi. Lei è un’autrice tedesca trasferita a New York e poi sposata con una persona ebrea, racconta bene il senso di colpa. L’idea di mescolare foto e fumetto nasce da qui, è una mimesi del suo lavoro».

A cosa le è servito scrivere Occhi di Cane?
«A riprendermi i miei spazi. Quando mi innamoro tendo a dare tutto quello che ho dentro all’altra persona, anche il trecento per cento di quello che sono, pensando continuamente che per chi ho davanti non sia abbastanza. Così facendo mi svuoto un po’ e quando le relazioni finiscono non riesco a riprendere tutto quello che ho dato. Sento una forte mancanza. Con Occhi di Cane sono riuscito a riprendere contatto con delle parti mie e dell’altra che resteranno per sempre con me».

Quindi il fumetto l’ha aiutata a vivere i lutti d’amore.
«Non posso dire di aver imparato. Sono in una fase in cui ho paura di legarmi. La vera lezione che ho colto è di dover stare di più nel qui ed ora. Mi è sempre mancata l’intelligenza di rendermi conto di star vivendo momenti felici, da mettere in un cassetto per il futuro. Senza di questa c’è il rischio di diventare cani».

E qual è il limite dell’essere cani? Nel fumetto sembra una bella sensazione.
«A essere cane rimani da solo. Il vantaggio è sentire le emozioni molto più forti di un essere umano, ma con l’incapacità di comunicare. Finisci col fare le cose selvatiche dei cani. Che può aiutare eh, ma serve anche saper trovare un equilibrio».

Nei disegni tornano spesso le folle, anche fuori dai concerti. Quei cani potrebbero riempire anche una piazza di manifestanti?
«Certo, ho già fatto illustrazioni ad hoc per le manifestazioni per la Palestina dello scorso ottobre. Le folle di cani in realtà sono nate lì».

E che animali sarebbero manifestanti e forze dell’ordine?
«Ovviamente tutti i manifestanti sarebbero cani. Magari qualcuno vorrebbe essere un gatto o un uccello ma a me viene così. Mentre la polizia non la disegno, non mi sento a mio agio. Voglio disegnare solo ciò che mi fa stare bene».

Nel fumetto i suoi nonni giocano a immaginare i propri superpoteri. Lei quale vorrebbe avere?
«Vorrei volare quando sono arrabbiato. Il mio rapporto con la rabbia è complicato, tendo a evitarla. Ma quando mi prende vorrei fare un salto enorme e volare via finché non scende l’incazzatura».

Prima di Occhi di Cane ha pubblicato Barba. Storia di come sono nato due volte. Che ruolo ha avuto il fumetto nel suo percorso di transizione di genere?
«Il presupposto è che ho fatto un fumetto senza saperlo fare. È nato tutto per caso, ai tempi studiavo per fare il montatore ma passavo le giornate a disegnare. Il mio docente di sceneggiatura Steve Della Casa mi suggerì di approfondire questa passione, perché forse non era il montaggio la mia strada. Così mi serviva una storia».

E ha scelto di raccontare la sua.
«Avevo appena iniziato la terapia ormonale. Il fumetto è stato fondamentale per riordinare anche le mie idee. Poi a Urbino sono stato contattato da Laterza e ho iniziato a pensare che forse sì, sapevo fare il fumettista. Sono contento di com’è venuto Barba, che non vuole essere un fumetto “didattico” sull’affermazione di genere ma può essere d’aiuto a chi sta intraprendendo quel percorso. Il rischio era quello di essere ingabbiato nell’etichetta di “fumettista trans”, ma io sono più complesso di così».

Mi dica di più.
«Mi piace pensare che ogni persona abbia mangiato un mandarino che gli rimane bloccato nello stomaco. Ogni spicchio è una parte di sé e per me un piccolo spicchietto è il mio essere trans. Ma fa strano trovare i propri lavori esclusivamente nello scaffale arcobaleno delle librerie. Servono tante testimonianze di questi percorsi e tutte diverse».

Tornando al fumetto, quali sono i suoi personali maestri?
«Senza dubbio Altan. Da piccolo guardavo la Pimpa e mi ha colpito per la sua essenzialità».

Perché proprio la Pimpa?
«Perché può dire: “Ciao Armando, oggi vado in Africa” e la risposta dell’adulto non sarà mai un no. La Pimpa è l’emblema del seguire i propri desideri».

Oltre Altan?
«Leo Ortolani. All’età di nove anni mia madre mi comprò inconsapevolmente un Rat-Man e aprì il vaso di Pandora. Ma non ho mai pensato di voler fare il fumettista da grande. Poi ancora Portugal di Cyril Pedrosa o L’ultima goccia di Andrea Franco».

Qual è il suo sogno in un fumetto?
«Pubblicare la storia che sto scrivendo adesso. È un racconto lunghissimo che finalmente non parla di me. E poi vorrei che il fumetto diventasse un vero lavoro in Italia, come tante altre carriere più creative. Da emergente sono obbligato a fare un altro lavoro per fare il mio, non è una realtà sostenibile a certi livelli».

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