27 ottobre 1979, Torino. La città, quel mattino, si svegliò sotto una coltre di 5 centimetri di neve, mentre sulla sommità della collina di Superga l’accumulo sfiorò i 20 centimetri. Quasi mezzo secolo dopo, Torino si ritrova con una temperatura di poco superiore ai 14 gradi centigradi e l’immagine di piazza Castello innevata in piano autunno è una cartolina rimasta nel cassetto. Non solo, anche l’inverno in città (non solo Torino, ma anche Alessandria, Milano, Bologna o Parma, per citare città che con la neve hanno sempre avuto confidenza) è diventato sempre più avaro in termini di precipitazioni nevose.
E adesso, nella stagione già battezzata come l’inverno del grande El Niño, tutti si chiedono se mai città come Torino e Milano, appunto, potranno rivedere una grande nevicata. Punto primo, per vedere Torino e Milano sotto la neve non serve necessariamente un inverno intero di gelo. Serve che il freddo arrivi al momento giusto, prima o insieme alle precipitazioni, e resista abbastanza da permettere ai fiocchi di raggiungere il suolo. È questa la possibilità che resta aperta nell’inverno 2026–2027: le proiezioni favoriscono una stagione europea mediamente mite, ma una media trimestrale non decide il destino di ogni nevicata. I modelli stagionali descrivono probabilità e anomalie delle condizioni medie, non il tempo di una singola giornata.
La novità arriva da Est. Ed è imminente
Il gelo siberiano potrebbe affacciarsi sull’Europa nella prima metà di novembre, ma parlare già di neve in pianura è prematuro. I modelli meteorologici indicano la possibilità di un indebolimento delle correnti atlantiche e dell’arrivo di aria fredda da Est e Nord-Est. Le temperature potrebbero scendere sotto le medie stagionali, soprattutto nell’Europa orientale e lungo i versanti adriatici italiani. Non ci sono invece conferme di un’ondata di gelo intenso né di nevicate a Torino e Milano. Le proiezioni a 200-300 ore presentano infatti ampi margini d’incertezza e possono cambiare sensibilmente. Per valutare l’effettiva traiettoria delle correnti fredde bisognerà attendere previsioni a 72-96 ore. Anche il termine comunemente utilizzato, “Burian”, è improprio: la forma corretta è Buran, parola di origine russo-tatara che indica una tempesta di neve o un vento impetuoso delle steppe. In russo, invece, “burian” significa erbacce.
Le proiezioni
L’aggancio arriva dal Pacifico. Nell’aggiornamento del 10 ottobre, il servizio europeo Copernicus indica El Niño come elemento centrale del quadro stagionale: il riscaldamento delle acque equatoriali dovrebbe raggiungere il culmine verso la fine dell’anno, per poi attenuarsi. Sul continente europeo sono favorite temperature superiori alla norma e, in molte aree, precipitazioni più abbondanti. Il segnale sulle piogge si indebolisce però nelle regioni meridionali, Mediterraneo compreso.
Le mappe non autorizzano dunque ad annunciare un inverno bianco in Italia. Ma neppure a cancellare in anticipo i fiocchi dalle città. El Niño modifica il quadro della circolazione atmosferica, mentre i suoi effetti si combinano con altre condizioni oceaniche e atmosferiche e con un clima di fondo più caldo. Tradurre tutto questo in “neve a Torino” o “pioggia a Milano”, con mesi di anticipo, significherebbe attribuire alle proiezioni una precisione che non possiedono.
Per capire che cosa occorre davvero, il Nord-Ovest offre un precedente concreto. Nel rendiconto della stagione 2012–2013, ARPA Piemonte ricostruisce il peggioramento iniziato il 19 gennaio: una saccatura atlantica raggiunse il Mediterraneo, portando aria mite e umida e precipitazioni. La neve riuscì a scendere fino in pianura grazie al cuscinetto d’aria fredda accumulato nei bassi strati nei giorni precedenti. Il freddo già presente e l’umidità in arrivo trovarono la combinazione favorevole.
È un meccanismo che aiuta a leggere anche l’inverno in arrivo, senza trasformare quel precedente in una previsione. Per Torino e le pianure piemontesi, la domanda decisiva sarà se una perturbazione incontrerà condizioni sufficientemente fredde. Una maggiore disponibilità di precipitazioni, da sola, non promette neve in città: lo stesso passaggio perturbato può alimentare gli accumuli in montagna e lasciare pioggia alle quote inferiori.

La memoria corre al gennaio 1985. ARPA Lombardia ricorda che, dopo un’intensa fase gelida, dal 13 gennaio una perturbazione sul Mediterraneo alimentò nevicate per oltre tre giorni. A Milano gli accumuli raggiunsero circa 90 centimetri. Il particolare importante è ciò che avvenne prima: alla stazione di Brera le temperature rimasero costantemente sotto zero fra il 6 e il 14 gennaio. La grande nevicata trovò quindi un territorio già profondamente raffreddato.
Quarant’anni dopo, il punto di partenza è cambiato. Secondo la stessa agenzia, dagli anni Cinquanta gli inverni lombardi si sono riscaldati di circa mezzo grado per decennio. La quota delle nevicate si è alzata e condizioni che un tempo favorivano neve in pianura producono più spesso pioggia. Il precedente del 1985 racconta quanto sia importante la preparazione del freddo; non costituisce un modello da applicare automaticamente al prossimo inverno. Per chi aspetta i fiocchi sotto casa, la risposta resta quindi aperta, ma precisa nei suoi limiti: un inverno mite può contenere episodi nevosi, mentre oggi non è possibile indicarne date, città e accumuli. I prossimi aggiornamenti stagionali serviranno a verificare la tenuta del segnale europeo. Per sapere se Torino o Milano si sveglieranno bianche bisognerà invece osservare le singole perturbazioni, quando freddo e precipitazioni entreranno nell’orizzonte delle previsioni meteorologiche.
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