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La Bce tiene fermi i tassi d’interesse nel giorno dell’addio di Lagarde: “Lascio il 7 febbraio”

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La tempesta perfetta sui bond detta la linea a Francoforte. La Banca centrale europea (Bce) ha mantenuto i tassi d’interesse invariati al 2,50%, proprio nel giorno in cui la presidente Christine Lagarde ha annunciato che lascerà l’incarico il prossimo 7 febbraio, dopo il World Economic Forum di Davos. L’Eurotower ha scelto l’attesa in un clima di incertezza estrema, stretta tra la fiammata dell’energia e i timori di una inflazione superiore alla soglia del 3% per tutto il 2027, come ha più volte detto il capo economista Philip Lane. Un quadro insidioso che ha suggerito grande cautela al Consiglio direttivo in una decisione unanime e interlocutoria. «Nel complesso, questi elementi suggeriscono che la Bce rimanga sulla via di mezzo in materia di politica monetaria delineata dalla presidente Lagarde all’inizio di quest’anno», osserva Konstantin Veit, portfolio manager di Pimco.

A guidare la mano dei banchieri centrali è stato il mercato obbligazionario, diventato il vero arbitro della politica monetaria. L’impennata dei rendimenti decennali, con gli Oat francesi spinti oltre il 5,1% in scia alle incognite fiscali di Parigi, ha inasprito il quadro nel Vecchio Continente. Questo irrigidimento del credito ha comprato tempo prezioso per l’istituto centrale, azzerando le urgenze di un rincaro del costo del denaro. Dalla casa d’investimento Unicredit sottolineano che «l’aumento dei tassi a lungo termine in diverse giurisdizioni ha inasprito le condizioni finanziarie, facendo guadagnare tempo alla Bce per valutare meglio i dati in arrivo». Una dinamica confermata da Carsten Brzeski di Ing, il quale evidenziava alla vigilia che «l’aumento dei rendimenti in Germania e in Francia dalla riunione di settembre ha avuto l’impatto di un rialzo di 25 o 50 punti base sulla crescita, il mercato ha preso il posto della Bce». Ulrike Kastens, economista di Dws, concorda sulla linea prudente adottata da Francoforte, aggiungendo che «in questo ambiente incerto, un atteggiamento attendista è senza dubbio l’opzione più appropriata».

La certezza, come ricorda la Bce, è che «i prezzi dell’energia hanno continuato a salire, determinando rischi al rialzo per le prospettive di inflazione e rischi al ribasso per quelle di crescita. Sebbene gli effetti complessivi dello shock energetico debbano ancora manifestarsi pienamente, finora l’inflazione di fondo è rimasta sostanzialmente stabile e, in questa fase, i salari non mostrano una reazione significativa». La maggiore entità e durata dello shock energetico, unitamente alle implicazioni per gli effetti indiretti e di secondo impatto, «sono destinate a spingere al rialzo l’inflazione e a frenare la crescita». Dalla scorsa riunione del Consiglio direttivo, «le condizioni di finanziamento si sono irrigidite, il che probabilmente peserà sia sull’inflazione che sulla crescita». Il Consiglio direttivo, si ricorda, «è determinato a orientare la politica monetaria in modo da garantire che, nel medio periodo, l’inflazione si stabilizzi sul suo obiettivo del 2%».

Il Consiglio direttivo mantiene la flessibilità necessaria per affrontare l’attuale elevato grado di incertezza. Nel definire l’orientamento della politica monetaria, esso adotterà un approccio basato sui dati e sulle decisioni prese di volta in volta a ogni riunione. In particolare, «le decisioni sui tassi di interesse si fonderanno sulla valutazione delle prospettive di inflazione e dei relativi rischi, alla luce dei dati economici e finanziari in arrivo, nonché dell’andamento dell’inflazione di fondo e dell’efficacia della trasmissione della politica monetaria». In altre parole, il Consiglio direttivo non si vincola in anticipo a un determinato percorso dei tassi.

I parametri macroeconomici giunti dopo il vertice di settembre fotografano una crescita economica europea resiliente e un’inflazione di fondo stabile, ma il mosaico mostra un’intensificazione della pressione energetica sui prezzi. Le quotazioni del petrolio Brent e del gas naturale europeo Ttf registrano balzi continui a causa del conflitto mediorientale, allontanandosi dallo scenario tracciato in autunno. In presenza di choc esterni, l’approccio di Francoforte mira a disinnescare la spirale sui prezzi al consumo senza strangolare l’economia. Veit precisa il perimetro d’azione ricordando che «in presenza di shock energetici, la strategia della Bce non consiste nel reagire ai prezzi dell’energia in sé, bensì ai rischi che prezzi energetici più elevati si consolidino nell’inflazione». Al momento gli effetti indiretti rimangono contenuti e non si registrano fiammate sui salari. Lo stesso gestore di Pimco aggiunge che «sebbene si stia osservando un aumento dell’inflazione, non vi sono ancora segnali che questa tendenza si stia consolidando e non si rilevano effetti di secondo impatto». La guardia rimane alta, tanto che Kastens avverte che «anche se la tendenza di fondo non si sta allargando, gli effetti di secondo impatto potrebbero svilupparsi per la sola durata dello choc dei prezzi, la vigilanza resta giustificata».

L’elefante nella stanza si chiama Francia. Le tensioni sovrane riflettono le paure degli investitori per le prospettive fiscali e politiche transalpine. Un fantasma che rievoca nei salotti finanziari la celebre frase dell’ex presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il quale giustificò la clemenza europea verso i conti di Parigi con un laconico «perché è la Francia». I differenziali non hanno tuttavia raggiunto i livelli di allarme capaci di spingere l’Eurotower a considerare un intervento di emergenza. Durante la conferenza stampa, Christine Lagarde sa che dovrà affrontare il pressing sulle implicazioni dello stress sovrano per le mosse future, bilanciando falchi e colombe. Come previsto dagli esperti di Goldman Sachs alla vigilia, «la presidente Lagarde probabilmente lancerà un messaggio equilibrato tra i continui rischi al rialzo derivanti dai prezzi dell’energia, i dati benigni sull’inflazione di fondo e le condizioni finanziarie più restrittive». La numero uno di Francoforte ha dovuto mostrare fiducia totale negli strumenti a disposizione per difendere la trasmissione della politica monetaria, qualora le dinamiche di mercato diventassero disordinate. Lo scudo anti-spread Tpi rappresenta l’arma di riferimento per disinnescare la speculazione. Gli analisti di Unicredit avvertono sui rischi di mosse azzardate o deviazioni dai piani di rientro. «Invertire o sospendere il Qt in un momento di elevato rischio inflazionistico apparirebbe incoerente con le indicazioni precedenti, segnalando la riluttanza della Bce a impiegare il Tpi e minando in ultima analisi la credibilità e l’efficacia dello strumento», scrivono in un report dedicato. Goldman Sachs frena sulle attese di aiuti indiscriminati e nota come un salvataggio sul mercato obbligazionario «richiederebbe uno stress sovrano molto più intenso e diffuso». L’indice di frammentazione sovrana calcolato dal colosso statunitense ha registrato movimenti minimi.

Il baricentro delle decisioni slitta in blocco alla riunione del 17 dicembre. Il nuovo ciclo di proiezioni fornirà al Consiglio direttivo la base logica per alzare il saggio sui depositi in territorio restrittivo, portandolo all’atteso 2,75%. Il mercato sconta circa 70 punti base di rialzi complessivi nei prossimi trimestri, ma le grandi case d’investimento invitano alla cautela sui ritmi della stretta. «Riteniamo che i rischi siano orientati verso un numero inferiore di rialzi, pur riconoscendo un livello di incertezza eccezionalmente elevato», illustra Veit, confermando lo scenario base di un ingresso in territorio restrittivo a fine anno. Goldman Sachs concorda sul dicembre caldo, non escludendo una mossa aggiuntiva a marzo in caso di inverni rigidi e nuovi choc del gas. Gli economisti della banca d’affari americana pongono un limite preciso, chiarendo che «vediamo un ostacolo significativo all’accelerazione del ritmo dei rialzi o all’innalzamento del tasso sui depositi sopra il 3%». Michael Field di Morningstar fotografa il dilemma sul tavolo, avvertendo che «ulteriori aumenti dei tassi accresceranno la pressione sui debitori ma potrebbero rivelarsi necessari per riportare l’inflazione in linea con il target del 2%». Una speranza arriva da Holger Schmieding di Berenberg, secondo cui «una probabile correzione delle quotazioni petrolifere allenterà le pressioni inflazionistiche in autonomia».

Le prospettive dell’inflazione per il biennio 2027-2028 superano in ogni caso le stime del passato. La corsa dei rendimenti e l’allargamento degli spread ridurranno la crescita e freneranno la trasmissione degli effetti rispetto a quanto previsto a settembre. Questo delicato mosaico macroeconomico si incrocia con le imminenti scadenze ai vertici dell’istituzione. Indiscrezioni continuano a suggerire che con l’addio anticipato di Lagarde con destinazione World Economic Forum si aprirà una fase di compromesso politico europeo prima delle elezioni presidenziali francesi. Il riassetto andrà a ridisegnare un comitato direttivo in profonda trasformazione, segnato dall’uscita volontaria di Isabel Schnabel dal board esecutivo e dal mandato cruciale di Lane in scadenza a maggio. Navigare a vista tra i veti incrociati nazionali rende imperativo il tempismo sulle prossime mosse. E sbagliare la calibrazione del costo del denaro in questa difficile fase di transizione rischia di riaccendere in via definitiva il caos sui debiti sovrani del blocco europeo.

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