Rieccolo, per fortuna. Daniele Gatti l’italotedesco, direttore principale della gloriosa Staatskapelle di Dresda, direttore musicale del Maggio musicale fiorentino. E di ritorno a Torino: stasera, al Lingotto, con i suoi sassoni e un programma Wagner-Brahms, preludi e Venerdì Santo dal Parsifal e Seconda sinfonia; il 12 e 13 novembre, all’auditorium Rai, con l’Osn Rai e la Decima di Mahler.
Iniziamo da Torino. Wagner e Brahms, è un incontro o uno scontro?
«Il loro modo di vedere la musica era all’opposto, ma Brahms andava all’Opera di Vienna ad ascoltare Lohengrin e Tannhäuser. Credo che, se si fossero incontrati a quattr’occhi, non si sarebbero scontrati. Quando vai in tournée con la Staatskapelle devi tenere presente il suo repertorio storico, che è quello che il pubblico si aspetta da questa orchestra. Quel che cambia, semmai, è il modo di leggerlo. Io non voglio essere un rivoluzionario, però vorrei portare il pubblico a riflettere su musiche che diamo per scontate e non lo sono affatto. Quindi mi metto ogni volta davanti alla partitura come se fosse la prima volta che la apro».
A proposito di Wagner: perché non dirige più a Bayreuth, dove il suo Parsifal alimenta la nostalgia?
«La nostalgia la provo anch’io. Ma ogni estate ho due appuntamenti irrinunciabili: il mio corso di direzione d’orchestra alla Chigiana di Siena, che tengo ormai da undici anni, e le vacanze, almeno cinque settimane per ricaricarmi. Non resta posto per niente altro».
Magari le dà fastidio qualche regia folle?
«No, però di regola voglio che nei momenti topici gli spettatori possano concentrarsi sulla musica e sulla prestazione del cantante, senza troppe controscene che li distraggano. Non è possibile che si debbano risolvere dei quiz sullo spettacolo, doversi chiedere: cosa vorrà dire?, mentre intanto la musica e l’azione proseguono».
Se dico che la Staatskapelle è la miglior orchestra del mondo, cosa replica?
«Che per me è certamente vero! In questo momento della mia vita, è lo strumento ideale, il più sensibile, il più adatto alle mie caratteristiche, e spero che la cosa sia reciproca. Però la mia vita non è solo a Dresda, ma anche a Firenze: metà in Sassonia e metà in Toscana. Peraltro, Dresda era nota come Firenze sull’Elba, quindi ci starebbe bene un gemellaggio. Bisogna che ne parli al borgomastro».
Torniamo ai suoi concerti di Torino. Perché la Decima «di» Mahler, le virgolette sono volute?
«Sul completamento di Deryck Cooke ci sono diverse opinioni, e c’è anche chi non vuole nemmeno leggerlo perché dice che quello che Mahler ha lasciato è troppo poco. Io l’ho studiato moltissimo e gli autografi di Mahler sono disponibili. Solo il primo movimento è completo, orchestrazione compresa, il secondo anche ma non tutto orchestrato, poi abbiamo degli abbozzi continui, delle indicazioni sulla strumentazione, delle semplici indicazioni della linea melodica. Perché eseguire la Decima, allora? Perché credo che il pubblico debba conoscere a quale straordinario livello di genialità Mahler era arrivato. L’ultima pagina del finale della Nona è già Webern, ma in quello della Decima, un altro Adagio, Mahler riesce ad andare oltre: la musica è meno metafisica ma, diciamo così, più “umana”, esprime una nostalgia più terrena che ideale. Quanto alla scelta del completamento, io prediligo Cooke perché il suo mi sembra il lavoro più accurato e più devoto verso l’autore. Un po’ come il terzo atto di Lulu di Berg completato da Friedrich Cerha».
Nel ’27, anno beethoveniano, dirigerà l’integrale delle sinfonie a Dresda, Vienna, Madrid, Barcellona, Valencia e, con l’aggiunta dei concerti per pianoforte, in Corea e in Giappone. «Non eseguire Beethoven», ammoniva però un vecchio saggio di Gianandrea Gavazzeni.
«Non eseguirlo non significa non interpretarlo. Gatti fa sempre i cicli, dicono. È vero, ribatto io, ma li faccio a ragion veduta. Non è solo questione del bicentenario: è che con Beethoven devi periodicamente fare i conti. Ripensandolo, per esempio, negli organici: basta con sedici violini primi, con la Staatskapelle proveremo a “smagrirlo” un po’, come abbiamo già fatto con Schumann. E anche nella nostra percezione, che oggi ci porta verso un Beethoven meno titanico e più umano. Le mie sinfonie preferite sono l’Eroica e la Pastorale: quest’ultima è il Beethoven con cui vorrei passare una serata in birreria, a parlare non del destino che bussa alla porta ma di chi c’è dietro quella porta: l’Uomo».
Perché oggi ci sono tanti giovani direttori italiani bravi?
«Perché studiano con me! Scherzi a parte, ne segnalo tre che sono passati dalla Chigiana: Diego Ceretta, Nicolò Suppa e Cesare Della Sciucca. Noi abbiamo sempre avuto una grande tradizione direttoriale, ma attualmente c’è un’esplosione».
Lei è stato per tre volte a un passo dalla direzione musicale della Scala e ogni volta non è andata. Prima o poi ci tornerà?
«Non lo so. Non ho mai chiuso la porta ma in questo momento non ci sono contatti e sono troppo preso da Dresda e Firenze. Fino al 2030 sono pienissimo, poi chissà».
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