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ALESSANDRO BARBERA
Se la legge di Bilancio sarà di sollievo alle piazze dello scontento, lo capiremo solo più avanti. C’è però un’immagine che ne rappresenta bene il valore politico, ed è quella della conferenza stampa di Giorgia Meloni, mercoledì sera. La premier ha i vice Matteo Salvini e Antonio Tajani seduti a destra e sinistra, li blandisce, protende le mani, cerca sostegno in un momento complicato. Dopo quattro anni di governo i sondaggi danno il centro-destra testa a testa con l’opposizione, eppure il Paese non sembra stare benissimo. I mercati internazionali sono tesi, a novembre le elezioni di metà mandato cambieranno lo scenario americano, la guerra di Hormuz non è finita. Meloni non vuole e non può sfidare i vincoli europei, e per questo – ve lo avevo raccontato due settimane fa – non ha potuto scrivere la manovra che avrebbe voluto.
Dei 26 miliardi a disposizione, 14 verranno distribuiti sotto dettatura di Bruxelles. E’ la condizione per poter spendere quei soldi in deficit, senza dargli copertura. Altri tre miliardi e mezzo arriveranno da un trucchetto contabile sulle poste del Recovery Plan, il resto da un aumento delle tasse a carico di banche, assicurazioni, società energetiche, i concessionari dei giochi, l’aumento dei tabacchi, qualche taglio alla spesa dei ministeri. A meno di un anno dalle elezioni, una cosa Meloni potrà dirla senza rischio di smentita: non ha chiesto sacrifici agli italiani. E’ probabile che il prezzo delle tasse alle banche finisca in parte sulle spalle di chi ha un conto, ma questa è un’altra storia. Ciò che è opinabile è se la manovra per il 2027 sia ciò di cui ha bisogno il Paese per risolvere i suoi problemi.
«Non abbiamo distribuito soldi a pioggia, ma fatto delle scelte», dice la premier. E però oltre sei miliardi – quasi un quarto del totale – sono misure una tantum. Il taglio dell’Irpef ai redditi fra i 50 e i 55mila euro varrà fino a 500 l’anno, mentre lo sconto ai lavoratori autonomi che godranno dell’allargamento della flat tax – lo stima l’ex sottosegretario Maria Cecilia Guerra – può valere fino a diecimila euro. Per gli anziani c’è un voucher per le prestazioni specialistiche, ai giovani era stato promesso un taglio delle imposte che si è ridotto a una detassazione su una piccola porzione di reddito, il fondo per abbassare l’età pensionabile è una finzione scenica, e sarà finanziata con il taglio delle rivalutazioni degli assegni superiori ai tremila euro. L’idea di istituire un fondo di accumulo per i nuovi nati è un’idea nobile, ma si tratta di 1.800 euro in tutto al compimento del diciottesimo anno. Insomma, risorse a pioggia no, ma fra alcune cose buone – fra queste le tassazioni di vantaggio per l’affitto di case e negozi – molti titoli a effetto.
In altri tempi, nell’anno che precede le elezioni si sarebbe speso ben altro. Con il nuovo Patto di stabilità e il cosiddetto criterio della spesa netta il mondo è cambiato. I quattordici miliardi di deficit concordati con Bruxelles potranno finanziare spese per difesa, energia, probabilmente alcuni degli investimenti di cui l’Italia resterebbe orfana dopo la fine del Recovery Plan. Quali, ancora non è chiaro, ma il la premier prima e il comunicato del Consiglio dei ministri accennano ad alcune soluzioni: l’introduzione di condizionatori nelle scuole, manutenzione di strade e ferrovie. Il margine di libertà del governo è confinato in appena 12 miliardi, una cifra piccolissima per un’economia come quella italiana. E non è solo un problema di vincoli europei. La situazione sui mercati internazionali è tale da imporre il massimo della prudenza.
Poche ore dopo la conferenza stampa di Meloni sulla legge di Bilancio, Christine Lagarde ha annunciato che il 7 febbraio lascerà la guida della Banca centrale europea, e non si tratta di un’uscita indolore. Il perché è noto: Emmanuel Macron e Friedrich Merz si sono accordati da tempo per mettere i vertici della più importante delle istituzioni europee al riparo dalla possibile vittoria della destra di Marine Le Pen alle elezioni presidenziali francesi del 2027. Nel giro di poche settimane non uscirà di scena solo Lagarde, ma anche i due suoi più importanti collaboratori, il membro tedesco del board Isabel Schnabel, destinata al Fondo monetario internazionale, e il capoeconomista irlandese Philip Lane, il cui mandato è in scadenza. Fino ad allora la Banca centrale europea sarà di fatto un’anatra zoppa, e c’è da sperare che nel frattempo non accada nulla che debba costringere Francoforte a decisioni straordinarie.
Non sarà un inverno semplice. Il petrolio continua a costare più di cento euro il barile e occorrono cento euro per comprare il gas necessario a sviluppare un megawatt l’ora di energia, il triplo di febbraio. L’inflazione resta alta, la tensione sui titoli di Stato europei altrettanto, e il differenziale di rendimento fra un Btp a dieci anni e il Bund tedesco è ancora sopra il punto percentuale. A febbraio di quest’anno il Tesoro per vendere il debito italiano doveva pagare il 3,2 per cento di interessi, oggi è al 4,6. Prima di andarsene, è probabile Lagarde aumenti ancora i tassi di interesse, e non è una buona notizia per i conti pubblici. La realtà che ci circonda è dunque piuttosto diversa dai titoli a effetto per una campagna elettorale ormai iniziata.
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