«Col senno di poi, ora penso che la cooperativa avrebbe dovuto avere un medico proprio». È uno dei passaggi più significativi della testimonianza resa oggi, in tribunale, dallo psichiatra che nel 2018 svolse alcune consulenze per la cooperativa Per Mano, al centro del processo per presunti maltrattamenti a giovani in condizione di autismo grave e disturbi psichiatrici. Il primo filone delle indagini ha portato all’imputazione di dodici persone, tra cui Marilena Cescon e Emanuela Bernardis, coordinatrice e direttrice della struttura, per fatti contestati tra il 2014 e il 2019.
La testimonianza del medico
Il medico, allora convenzionato con l’Asl e referente del nucleo autismo adulti, ha spiegato di essere intervenuto su richiesta dei superiori, nei momenti di maggiore difficoltà della struttura. «Andavo quando me lo chiedevano perché erano in difficoltà», ha riferito, ricordando di essersi confrontato soprattutto con gli infermieri e con una responsabile. «Le consulenze potrebbero essere state una o due al mese» ha aggiunto, riconoscendo anche la propria inesperienza rispetto a un contesto tanto complesso.
L’inchiesta
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Il ragazzo bloccato con un’imbracatura da montagna
Tra gli episodi ricordati, la visita del 12 gennaio 2018 a un ragazzo con tendenza alla fuga e iperattività motoria. Nel diario clinico il medico annotò che veniva accompagnato all’esterno con un’imbracatura da montagna, assicurato a un operatore. Una modalità che definì «quantomeno al limite» e che lo aveva colpito, tanto da volerla monitorare. «Nella mia esperienza non mi era capitato», ha spiegato, pur riconoscendo le difficoltà nel trovare un’alternativa sicura. «L’alternativa era tenerlo chiuso in struttura ma a lui piaceva uscire».
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Lividi e scarsa cura dell’igiene
In aula ha testimoniato anche una madre, che ha raccontato la propria esperienza di familiare di un’ospite della struttura. Ha riferito di aver notato sulla figlia lividi, scarsa cura dell’igiene e vestiti non adeguati. Al centro del suo racconto anche il costo dell’assistenza: 7800 euro al mese. «Non era un’opera di volontariato», ha sottolineato, ricordando che la retta era sostenuta con fondi pubblici da Asl e Consorzio socio-assistenziale ma che alcuni operatori, tra cui un medico, invitavano spesso i parenti a ringraziare come benefattrici le due dirigenti.
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La madre ha raccontato di essersi opposta alle dimissioni della figlia dopo aver maturato dubbi sulla gestione. Oggi, ha riferito, la giovane vive in un’altra struttura e torna a casa ogni sabato, senza che si siano più ripresentati i lividi osservati in passato. Sul fronte del secondo filone, per gli episodi tra il 2022 e il 2025, la Procura ha chiuso le indagini. Tra le 23 persone coinvolte figurano ancora Cescon e Bernardis.
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