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L’Ue litiga su chi deve trattare con Putin, ma il tavolo negoziale offre solo posti in piedi

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A poco più di una settimana dal nuovo round negoziale in programma ad Abu Dhabi per cercare di trovare un accordo utile a porre fine alla guerra in Ucraina, l’Europa non è ancora certa di avere una sedia al tavolo. Anzi, è quasi certo che non ce l’avrà. Probabilmente riuscirà solo a strappare qualche posto in piedi nei corridoi, mentre a Bruxelles e nelle altre capitali si continuerà a discutere e litigare su chi “dovrebbe essere” al tavolo.

Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui.

*SOLO POSTI IN PIEDI*

Il 27 ottobre scorso, il premier norvegese Jonas Gahr Store e il presidente finlandese Alexander Stubb hanno fatto una cosa piuttosto inedita di questi tempi: hanno preso il telefono e hanno chiamato Vladimir Putin.

I novanta minuti di colloquio non hanno prodotto nulla di concreto sul fronte dei negoziati per arrivare alla pace, ma hanno portato a un risultato inequivocabile: i leader europei si sono messi a litigare tra di loro, seppur a distanza.

I più espliciti nel criticare l’iniziativa di Norvegia e Finlandia sono stati i vicini nordici – la premier danese Mette Frederiksen e lo svedese Ulf Kristersson –, ma anche Palazzo Chigi ha fatto emergere la frustrazione della premier Giorgia Meloni.

L’accusa principale lanciata ai due promotori dell’iniziativa, in sostanza, è di essersi mossi “in ordine sparso”, senza un mandato europeo e senza aver consultato gli altri colleghi. I diretti interessati si sono difesi dicendo che la chiamata era stata sollecitata proprio dall’Ucraina e che i partner europei, inclusi quelli nordici, erano stati informati. Un portavoce della Commissione europea lo ha confermato.

L’iniziativa è maturata come seguito naturale dei colloqui che si erano tenuti una settimana prima a Oslo, alla presenza dell’inviato americano Steve Witkoff, e soprattutto in vista dei colloqui che sono in programma nelle prossime settimane ad Abu Dhabi. L’incontro dovrebbe tenersi tra il 9 e il 10 novembre, ma non è ancora chiaro se gli europei avranno un posto al tavolo.

La Russia ha fatto sapere di non volerli, limitando il confronto a un trilaterale con Ucraina e Stati Uniti. Anche perché Mosca non considera l’Europa come un potenziale mediatore, ma piuttosto come un avvocato difensore dell’Ucraina. Ed essendoci già Kiev, questo in sostanza il ragionamento del Cremlino, la difesa degli interessi del Paese è assicurata.

Stubb insiste nel dire che gli europei giocheranno un ruolo anche in questo round negoziale, visto che qualsiasi accordo di pace avrebbe conseguenze significative sulla sicurezza del Vecchio Continente.

Probabilmente qualcuno ci sarà, ma solo per tenere colloqui separati e partecipare agli incontri a margine. Senza un posto al tavolo. L’Europa, insomma, potrebbe rivelarsi poco più di un semplice osservatore.

Ma se anche gli altri commensali offrissero un posto agli europei, resterebbe aperto il dilemma: chi mandare? E quante sedie prenotare? Le domande circolano ormai con insistenza nelle cancellerie europee almeno dall’inizio dello scorso anno, più o meno da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e ha promesso di voler porre fine al conflitto in Ucraina. Ma una risposta non è stata ancora trovata.

I leader Ue ne hanno discusso all’ultimo Consiglio europeo. Giorgia Meloni è stata la più esplicita nel dire che l’Unione europea deve decidere al più presto da chi farsi rappresentare. Idealmente da un negoziatore unico, ma possibilmente anche da un “team” composto da più figure.

L’ipotesi di nominare un inviato Ue presenta molti ostacoli. Sulla carta, quel ruolo spetterebbe ad Antonio Costa, che ha il compito di rappresentare l’Unione all’esterno. L’Italia sarebbe favorevole a questa soluzione. Ma il diretto interessato si è un po’ chiamato fuori in occasione dell’ultimo summit.

La scelta di affidare quel compito a un rappresentante delle istituzioni Ue, inoltre, deve fare i conti con le esigenze dei Paesi europei che non fanno parte dell’Unione – come la Norvegia e soprattutto il Regno Unito – che non si sentono certo rappresentati dal presidente del Consiglio europeo.

Da qui l’idea di indicare un “gruppo di leader”, con esponenti dell’Ue, ma anche extra-Ue. In questo caso il formato naturale, che secondo diverse fonti diplomatiche sarebbe il preferito anche dagli Stati Uniti, è quello dell’E3, di cui fanno parte Francia, Germania e Regno Unito.

Ma la soluzione è vista con sospetto dall’Italia e dalla Polonia, secondo cui le tre grandi potenze finirebbero per fare i loro interessi nazionali più che quelli dell’intero continente. Per ovviare a questo problema, si potrebbe puntare sui rappresentanti di Paesi più piccoli ed è in questo contesto che il duo composto da Stubb e da Store potrebbe avere un senso.

Ma a quel punto servirebbe un incarico formale da parte degli altri leader, che conferirebbero loro un mandato dai confini ben precisi. Teoricamente, fattibile. Ma anche qui bisogna fare i conti con gli altri commensali.

Se è vero che per fare una telefonata a Putin si può mettere il vivavoce e parlare in due o anche di più, per sedersi al tavolo serve un numero di sedie adeguato. E al momento sembra difficile riuscire a strapparne anche solo una. Con il rischio che l’Europa, una volta superato il dilemma interno su chi far sedere, finisca per trovare solo posti in piedi.

*L’UOVO E LA GALLINA*

Meglio introdurre al più presto le norme per vietare l’uso dei social network ai minori, seppur soltanto a livello nazionale e quindi in ordine sparso, oppure aspettare ancora (almeno) un anno e introdurre regole uguali per tutti?

È un po’ il classico dilemma dell’uovo e della gallina. Il Moige – il movimento italiano che rappresenta i genitori – vorrebbe l’uovo oggi. Ma la Commissione europea ha deciso che è meglio avere la gallina domani. Palazzo Berlaymont ha infatti congelato per almeno 12 mesi tutte le leggi nazionali in materia (lo ha fatto dando il suo parere alla legge austriaca) in attesa che venga approvato il “Kids Act” a livello europeo, i cui contenuti erano stati presentati da Ursula von der Leyen il mese scorso.

*GIOCHI DI PAROLE*

Alla fine, il Canada non sarà un “membro associato” dell’Unione europea, come auspicato da Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. Già allora, se ricordi, ti avevo avvertito che questa definizione non sarebbe andata lontano (ne avevamo parlato in questa newsletter).

La Commissione ha cercato di inserire il concetto nella dichiarazione finale del vertice, ma la formulazione che compare in una delle prime bozze (“lavoreremo per definire entro il 2027… il concetto di membro associato”) è stata modificata.

Non c’è più alcun riferimento al Canada “membro associato”, anche se von der Leyen ha continuato a usare questa espressione durante la sua visita nel Paese. Nel documento che dovrebbe essere adottato proprio oggi, venerdì 30 ottobre, si parla di “un’associazione sempre più stretta” del Canada all’Unione europea, ma “al di sotto della piena membership”.

*A TUTTO GAS*

Il governo italiano ha respinto la proposta della Commissione europea di armonizzare a livello Ue i criteri per stabilire le tariffe dell’elettricità e, soprattutto, la disposizione che prevede di ridurre le accise sulla bolletta elettrica per fare in modo che siano “inferiori o al massimo uguali” rispetto a quelle sul gas.

La presa di posizione è arrivata nel corso della riunione del Consiglio Energia che si è tenuta giovedì 29 ottobre a Lussemburgo, dove il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha condiviso con i colleghi i dubbi dell’Italia sostanzialmente con due argomenti: da un lato il governo chiede di tutelare l’autonomia regolatoria nazionale, dall’altro respinge l’idea di tagliare le accise sull’elettricità perché “avrebbe un impatto significativo sul gettito nazionale”.

*CAMBIO DE LAGARDE*

Christine Lagarde ha annunciato che lascerà la presidenza della Bce all’inizio di febbraio, con otto mesi di anticipo. La francese lo ha comunicato al consiglio direttivo della Banca centrale europea, ma anche ad Antonio Costa, perché la nomina del suo successore spetta proprio al Consiglio europeo. Ma prima ci sono alcuni passaggi.

La procedura (valida per tutti i membri del comitato esecutivo) è la seguente: i singoli Stati possono avanzare le loro eventuali candidature, dopodiché spetta all’Eurogruppo (cioè ai ministri delle Finanze dell’Eurozona) discutere e concordare un nome, che viene poi formalmente proposto dal Consiglio dell’Unione europea (in cui son rappresentati tutti gli Stati membri).

La raccomandazione è diretta al Consiglio europeo, il quale deve poi consultarsi con il consiglio direttivo della Bce e con il Parlamento europeo che esprimono il loro parere. A quel punto, il Consiglio europeo prende la decisione.

Il prossimo Eurogruppo è in programma il 9 novembre, mentre il 26-27 novembre ci sarà il Consiglio europeo straordinario. L’Eurogruppo successivo si terrà il 10 dicembre e una settimana dopo l’iter dovrebbe concludersi al Consiglio europeo del 17-18 dicembre.

Per il via libera non è necessaria l’unanimità, dunque nessun Paese può mettere il veto. Votano i 21 Stati membri che fanno parte dell’Eurozona e per l’adozione serve una maggioranza qualificata rafforzata, vale a dire almeno 16 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione.

*L’ULTIMA FRONTIERA*

Da gennaio a settembre, circa 90 mila migranti sono entrati “irregolarmente” nel territorio dell’Unione europea. Una cifra che conferma il trend in netto calo rispetto agli anni precedenti. Eppure, secondo la Commissione europea è necessario aumentare il numero degli agenti di Frontex, l’agenzia UE che si occupa delle frontiere, e dare loro maggiori poteri.

Il corpo delle guardie di frontiera dell’Unione, a oggi, è composto da tremila unità. La proposta presentata nei giorni scorsi dalla Commissione punta a decuplicare questa cifra, in modo da avere a disposizione trentamila agenti.

L’idea è di raddoppiare il personale permanente, arrivando a quota seimila, e di creare una nuova “riserva europea” composta da 17 mila unità che resteranno a disposizione degli Stati membri e potranno essere inviati a Frontex in caso di necessità, per esempio per far fronte a una crisi come quella di Ceuta. A questi si aggiungeranno settemila funzionari nazionali distaccati presso l’Agenzia.

Gli agenti della nuova Frontex, tra le altre cose, avranno maggiori poteri sul fronte dei rimpatri: potranno eseguirli anche fuori dall’Unione, da un Paese terzo a un altro, a partire dai “return hubs” che verranno presto installati lontano dall’Europa.

Una modifica dei loro poteri che preoccupa le associazioni umanitarie e i gruppi del centrosinistra al Parlamento europeo, con i Verdi che hanno denunciato in modo esplicito il rischio di “trasformare Frontex in una ICE europea”.

*COME TI CHIAMO?*

Tra i messaggi che ricevo da voi lettori di questa newsletter (continuate a scrivermi!), mi ha fatto parecchio riflettere quello che mi ha scritto Amedeo. Mi ha tirato le orecchie perché nel numero della scorsa settimana ho usato “Repubblica Ceca”, mentre, dice Amedeo, “da anni il governo ceco promuove l’uso di Cechia, ormai usato per le nazionali sportive, i giochi olimpici, i rapporti economici e via dicendo”.

Amedeo non ha tutti i torti. Il governo di Praga promuove l’uso di Cechia, che infatti viene sempre più spesso utilizzato anche in contesti istituzionali, come le Nazioni Unite o l’Unione europea. Ma non si tratta di un errore.

Anche la stessa Unione europea in alcuni documenti ufficiali continua a usare l’espressione “Repubblica Ceca”, semplicemente perché questo è il nome ufficiale dello Stato. Così come l’Italia in realtà è la “Repubblica italiana”. O la Francia, Repubblica francese.

In Europa ci sono diversi Paesi che hanno cambiato il proprio nome ufficiale, hanno chiesto di usare una denominazione diversa oppure cercato di modificare i nomi tradizionali che vengono usati all’estero. A volte, invece, si è trattato di una richiesta dei vicini.

Nel 2018, la Repubblica di Macedonia – che tutti chiamavano semplicemente “Macedonia” – è stata costretta a modificare il suo nome in “Macedonia del Nord” su richiesta della Grecia perché “Macedonia” è il nome di una regione del Paese ellenico. Atene l’aveva posta come condizione per dare il via libera all’ingresso nella Nato e al percorso di adesione all’Unione europea.

Nel 2020, i Paesi Bassi hanno avviato una campagna di comunicazione internazionale per spiegare che l’Olanda (in inglese Holland) è in realtà soltanto un’area del Paese e che dunque è sbagliato identificare come tale l’intero Stato.

Nel 2021, il governo turco ha chiesto di promuovere l’uso di Türkiye come denominazione internazionale, al posto di Turkey (in Italia si continua a usare Turchia). L’Onu ha accolto la richiesta nel 2022 e molte altre istituzioni internazionali si sono adeguate.

Il governo aveva motivato questa richiesta spiegando di voler difendere l’identità linguistica nazionale, ma tra le ragioni c’entra anche il fatto che in inglese “Turkey” vuol dire tacchino e spesso si usa per indicare un qualcosa di fallimentare.

Poi c’è la Moldavia, che in realtà sarebbe più corretto chiamare Moldova. Il nome nella lingua nazionale dello Stato diventato indipendente nel 1991 è infatti “Repubblica Moldova”, mentre Moldavia indica la regione storica in cui si trova, gran parte della quale però oggi si trova in Romania.

Buon weekend e alla prossima settimana!

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