TORINO. A Robyn bastano pochi minuti per ricordare a tutti come si tiene un palco. E non è una questione di mestiere, anche se quello non le manca: è una faccenda di energia, personalità e una buona dose di sfrontatezza. Ieri sera, al C2C Festival di Torino, la popstar svedese ha trasformato la sua esibizione in una festa travolgente, tra cambi d’abito, mosse sensuali e hit senza tempo. Uno spettacolo che è andato ben oltre il concerto, confermando che Robyn è molto più di una semplice icona pop.
L’artista svedese, classe 1979, è sempre stata una fuori dagli schemi: fa musica quando ne ha voglia, senza farsi dettare i tempi dall’industria discografica. Dopo Body Talk, uscito nel 2010, ha lasciato passare otto anni prima di tornare con Honey. E altri otto ne sono serviti per il nuovo Sexistential, uscito lo scorso marzo.
Robyn apre lo show – che tra l’altro è la sua unica data italiana del 2026 – con un vestito corto rosso che lascia scoperta una spalla, autoreggenti e scarpe rosa. Una partenza che mette subito le cose in chiaro. Robyn non è lì per risparmiarsi: gattona sul palco, si sdraia, si cristallizza in pose plastiche e infiamma il pubblico con una sensualità dirompente. Si muove senza freni, con una libertà che è parte integrante della sua musica e della sua personalità. Non c’è nulla di costruito nei suoi movimenti: si diverte davvero, e il pubblico non può fare altro che seguirla.
E poi ci sono le canzoni, che sembrano non conoscere il passare del tempo. Brani diventati inni, melodie che attraversano le generazioni e che continuano a conservare intatta la loro forza. Robyn li interpreta con la stessa energia con cui si muove, senza mai perdere il contatto con il pubblico.
Poi arriva il primo cambio d’abito: via il rosso, spazio a un vestito nero di paillettes e scarpe rosse. Quando esce dal palco si toglie tutto e resta solo con l’intimo addosso. Al ritorno indossa un reggiseno, una giacca di pelle, calze ricamate e una gonnellina a frange argentata e nera. Un susseguirsi di look che accompagna una performance sempre più travolgente.
Quando intona Dancing on My Own succede qualcosa di speciale: il pubblico canta da solo, quasi a volerle restituire tutto quello che la sua musica ha regalato negli anni. Le voci si sovrappongono, gli applausi diventano urla e l’emozione si mescola all’euforia. È uno di quei momenti in cui artista e spettatori diventano una cosa sola. Applausi e grida anche per il duetto «supersonico» con Yung Lean, che regala un altro momento di grande intensità.
Robyn non sembra avere intenzione di fermarsi. Ogni movimento, ogni cambio di ritmo, ogni sguardo contribuisce a costruire una performance in cui la musica si intreccia con la danza e con una sensualità libera da qualsiasi convenzione. Non cerca di apparire perfetta: è semplicemente se stessa, ed è proprio questo a renderla irresistibile.
Il gran finale è degno di una consacrazione. Dall’alto comincia a scendere una pioggia di brillantini che la ricopre interamente, trasformandola in una sorta di statua scintillante. Robyn resta lì, avvolta dai glitter, come una dea. Una consacrazione simbolica che arriva direttamente dall’Olimpo del pop. Perché Robyn è molto di più che una semplice icona: è una forza della natura.
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