La scimmia sulla spalla non ce l’ha lui, Kimi Antonelli, pazienza per la seconda fila da cui stasera inizierà il Gp di Città del Messico, dovendo applaudire la prima pole, storica anche quella, di Lewis Hamilton con la Ferrari. Semmai è il suo ingegnere di pista ad averla, il famigerato Peter Bonnington, il cervellone che ha lavorato con Michael Schumacher e l’altro sette volte campione del mondo e che tuttavia uno così, come Kimi, non l’aveva mai incontrato. Ne è stato trasformato: due giorni fa l’irriconoscibile «Bono», immaginiamo anche dai parenti più stretti, ha accolto il pilota al rientro nel paddock dopo l’influenza con una scimmietta di peluche che all’interno nascondeva un contenitore d’acqua, da spruzzare addosso al prossimo campione del mondo. Risate. Perché questo è Kimi, l’ultima e la prima cosa insieme, il nuovo fenomeno in grado di riscrivere la storia della Formula 1 diventandone il re più giovane di sempre ma anche un ventenne emiliano, italianissimo, con tanta voglia di divertirsi. Gli scherzi di Antonelli, dalle torte in faccia in giù, hanno trasformato la Mercedes, un ciclone come quello – se torniamo alla pista – che ha messo a soqquadro l’intera F1. Se questa sarà la notte che noi italiani aspettiamo da 73 anni, dall’ultimo dei due Mondiali di Alberto Ascari (1952 e 1953), da domani il Circus non sarà più lo stesso.
Un’impresa in grado di eclissare perfino il ritorno in pole della Ferrari, evento ultimamente assai raro ma non certo ai livelli di un connazionale in cima al mondo. In ogni caso, il capolavoro di Hamilton è stato finalmente sufficiente per spezzare la maledizione, un digiuno che pareva un sortilegio anche e soprattutto a livello personale: se la Rossa aspettava da 15 mesi e 28 gare (Budapest 2025, Charles Leclerc), lui attendeva la pole numero 105 della sua inarrivabile collezione addirittura da tre anni (sempre Budapest, ma 2023) e la bellezza di 77 Gp. È quindi la prima in Ferrari, era ora, 1197 giorni dopo: «Mi sento alla grande, è davvero bellissimo, sono felicissimo. Mi mancano le parole. Credo che sia la prima in rosso, mi piace questo numero». A 41 anni e 9 mesi è il meno giovane in pole dai tempi di Mario Andretti a Monza nel 1982 (42 e mezzo). L’obiettivo non può che essere la seconda vittoria dopo quella di giugno a Barcellona, mai così vicina. Come il grande sogno di Kimi. Bastano due punti, un 9° posto. Una formalità, ma lui fino a ieri sera sembrava esattamente lo stesso di sempre, immune a qualsiasi tipo di pressione, aspettativa, ansia.

Eppure il peso di un’impresa senza precedenti, vincere a 20 anni, 2 mesi e 7 giorni, l’età odierna del ragazzo, 38 mesi in meno rispetto al record di Sebastian Vettel che resiste dal 2010, sarebbe forse in grado di schiacciare chiunque altro. «Kimi campeòn!». I fan messicani l’hanno preso d’assalto, ricevendone in cambio la consueta dose di sorrisi, selfie, autografi, non certo spintoni alla Isack Hadjar. Perché Antonelli si diverte anche in questo. Tutto è pronto per la festa, Fiesta è il caso di dire nella terra in cui il Dia del los Muertos è preso molto sul serio. Sono arrivati anche mamma Veronica, papà Marco e la sorellina Maggie, 11 anni, resi a loro volta personaggi da questo magnifico campione. Senza famiglia, che Mondiale sarebbe?
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