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Crisi in Polonia: i sovranisti chiedono l’intervento di Bruxelles, ma la Commissione si chiama fuori

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BRUXELLES. La crisi politico-istituzionale scoppiata in Polonia attorno alla Corte costituzionale è già diventata un caso europeo e ora sono i partiti sovranisti, quelli che solitamente respingono le “ingerenze” di Bruxelles negli affari politici interni di uno Stato membro, a chiedere un intervento della Commissione contro il governo di Donald Tusk.

Ma Palazzo Berlaymont vuole tenersi alla larga dalla disputa: pur sostenendo l’esecutivo guidato dall’ex presidente del Consiglio europeo e, pur ribadendo la legittimità dei giudici nominati dal Parlamento di Varsavia (che il presidente Karol Nawrocki si rifiuta di riconoscere), la Commissione non si esprime sulla decisione di sospendere il presidente e il vicepresidente della Corte, ultimo atto di uno scontro che si trascina dal 2015 e che è sfociato nelle proteste andate in scena nella notte tra venerdì e sabato.

«I gravi eventi che si stanno svolgendo in Polonia suscitano una profonda preoccupazione – ha sottolineato Marine Le Pen, leader del Rassemblement National e candidata all’Eliseo alle prossime presidenziali –. L’indifferenza dell’Unione europea e il silenzio dei media di fronte alla crisi polacca suscitano interrogativi legittimi: non si può pretendere di difendere la democrazia e lo Stato di diritto e tacere quando l’equilibrio costituzionale di uno Stato membro è gravemente minacciato».

Anche la delegazione del PiS al Parlamento europeo ha chiesto un intervento delle istituzioni di Bruxelles, le stesse che avevano messo sotto processo l’allora governo guidato dall’ex premier Mateusz Morawiecki, congelando i fondi Ue. «Ci adopereremo per ottenere una riunione straordinaria della commissione parlamentare competente» hanno promesso gli eurodeputati che siedono nel gruppo dei Conservatori, i quali chiedono «alla Commissione, al Parlamento e alle altre istituzioni Ue di affrontare con urgenza la situazione in Polonia e di prendere posizione sulle azioni che minacciano l’indipendenza della Corte costituzionale».

Per adesso, la presa di posizione della Commissione si è limitata al minimo sindacale. Il commissario Michael McGrath, che nel collegio guidato da Ursula von der Leyen si occupa proprio delle tematiche relative allo Stato di diritto, assicura che Palazzo Berlaymont «sta seguendo da vicino gli ultimi sviluppi riguardanti la Corte». Ma spiega che «spetta alle autorità polacche garantire che il Tribunale costituzionale possa funzionare in conformità con la Costituzione polacca e la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue».

Un portavoce della Commissione ha invitato «le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giudiziarie da parte dei giudici nominati dal Parlamento nel marzo del 2026». Un chiaro messaggio al presidente Nawrocki, che invece non ha accettato il loro giuramento. «Prendo atto che la Commissione di Venezia ha chiarito che la nomina dei nuovi giudici rientra nelle competenze del Parlamento» ha ricordato il commissario McGrath, senza però commentare la sospensione del presidente della Corte, Bogdan Swieczkowski, e del vicepresidente, Bartlomiej Sochanski.

Secondo la Helsinki Foundation for human rights, l’Ong per la difesa dei diritti umani che ha sede proprio a Varsavia, il provvedimento della giudice Anna Korwin Piotrowska – che ha assunto la presidenza della Corte in quanto membro con più anzianità di servizio dopo aver sospeso temporaneamente le funzioni del presidente – ha una base giuridica «discutibile» e «potrebbe creare un pericoloso precedente» perché in futuro il parlamento potrebbe «eleggere alla Corte Costituzionale una persona con una lunga esperienza giudiziaria» per poi consentirle di «sospendere la presidenza della Corte e assumerne il controllo».

Non la pensano così, invece, quattro ex presidenti della Corte (Marek Safjan, Jerzy Stępień, Bohdan Zdziennicki e Andrzej Zoll), che hanno difeso la mossa: «Non c’è altro modo per porre fine alla crisi costituzionale e restituire la Corte costituzionale al pubblico». La giudice Anna Korwin Piotrowska, intanto, ha convocato per martedì l’assemblea generale della Corte per approvare il prossimo bilancio.

Il ripristino dell’indipendenza giudiziaria «è un obbligo legale e non un capriccio di Tusk», riconosce Alberto Alemanno, docente di diritto europeo all’Hec di Parigi. Però lo stesso analista ammette che l’elezione a giudice costituzionale di Maciej Berek, «fino a poche settimane fa ministro e uomo di fiducia di Tusk, contraddice l’impegno del governo a spoliticizzare il Tribunale». Secondo Alemanno, le istituzioni europee hanno «indebolito le proprie leve» quando, nel febbraio del 2024, hanno deciso di sbloccare fino a 137 miliardi di euro «sulla base di promesse, prima che fosse assicurato un cambiamento duraturo».

Di fronte allo stallo politico-istituzionale interno, è intervenuta anche la Conferenza episcopale polacca, auspicando una riconciliazione. «Non è compito della Chiesa decidere sulle cause di questa disputa e sulle responsabilità di una mancata risoluzione – hanno detto i vescovi –. Tuttavia, per il bene della patria e della pace sociale, facciamo appello a non produrre escalation, a impegnarsi in un dialogo costruttivo e a risolvere tutte le difficoltà pacificamente». A stretto giro è arrivata la replica del ministro degli Esteri, Radoslaw Sikorski: «Avete ragione. Peccato però che non abbiate presentato lo stesso appello dieci anni fa, quando il PiS stava assumendo il controllo del Tribunale».

Gli alleati di governo di Tusk, che fanno parte della coalizione centrista denominata “Terza Via”, nel corso dei colloqui con Nawrocki si sono detti disponibili ad accettare il “Grande Reset” per sbloccare la situazione. La proposta prevede lo scioglimento dell’attuale Corte e l’elezione di un nuovo collegio tramite una maggioranza qualificata in parlamento. Ma per il momento il primo ministro – il cui partito non si è presentato all’incontro con il presidente – ha detto di non essere disposto a scendere a compromessi.

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