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Israele, Eisenkot e i voti di arabi e ultraortodossi: ecco il piano per mandare a casa Netanyahu

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La porta è socchiusa, ma nessuno vuole essere il primo a varcarla. A pochi giorni dal voto che ha lasciato Israele in stallo, Gadi Eisenkot ripete che qualunque deputato disposto a sottoscrivere i suoi quattro princìpi può far parte del suo governo. Sono il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; il rispetto dei valori della Dichiarazione d’indipendenza; il servizio obbligatorio, militare, nazionale o civile, per ogni cittadino; il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, da privare delle capacità militari e di governo a Gaza. Dai partiti arabi arriva la risposta: siamo pronti ad aiutarti a mandare a casa Benjamin Netanyahu. L’ex generale non fa distinzioni tra arabi e ultraortodossi, e ciò alimenta le polemiche.
Le trattative sono cominciate, ma la fase formale si aprirà mercoledì, con i risultati definitivi e le consultazioni di Herzog con i partiti.
Ahmad Tibi, della Lista araba unita, ha annunciato un appoggio dall’esterno a un governo alternativo, senza ministri, invitando Eisenkot a fare come Rabin. Lista unita e Ra’am (questa in passato ha sostenuto il governo Bennett-Lapid) dovrebbero raccomandarlo a Herzog, e stamattina i loro leader si vedono per la prima volta dopo il voto. Yair Golan, dei Democratici, spinge per l’intesa e ha parlato con Abbas e Jabareen.

Ma il campo del cambiamento non è compatto. Avigdor Liberman e Naftali Bennett non vogliono dipendere dai voti arabi, perché molti di loro non hanno preso le distanze dal 7 ottobre né da Hamas e non riconoscono lo Stato ebraico. Jabareen dice di aver condannato il massacro, ma ha rifiutato più volte di definire Hamas un gruppo terroristico, e Abbas elude la formula. Liberman accusa Golan ed Eisenkot di aver regalato a Netanyahu sette seggi parlando di un governo di minoranza appoggiato dagli arabi. Per il Likud è la prova di un’alleanza con chi sostiene il terrorismo, mentre Netanyahu denuncia, senza prove, un voto arabo gonfiato dai fondi del Qatar.
Intanto Eisenkot guarda ai partiti religiosi.

Secondo indiscrezioni, nello United Torah Judaism, deluso da un premier che non ha fatto passare l’esenzione dalla leva per gli studenti delle yeshiva, c’è chi valuta di sostenere un governo di minoranza astenendosi. I contatti sono smentiti, ma una fonte vicina all’ex generale assicura che si lavora per portare dentro Shas e Utj. Il Likud cerca di convincere deputati a non votare con gli arabi e, con Ben-Gvir, ammonisce gli ultraortodossi.

Non si trova la quadra sul presidente della Knesset. Il blocco vuole sostituire il likudista Amir Ohana già alla seduta inaugurale del 10 novembre, con il voto o l’astensione degli arabi, ma sul nome è lite. Senza intesa l’insediamento rischia di slittare, e chi riceverà l’incarico avrà 28 giorni, prorogabili di 14, prima del possibile ritorno alle urne.
Trump e Netanyahu si sono sentiti al telefono sull’Iran, secondo indiscrezioni mentre Washington prepara la possibile ripresa dei raid. Il segretario di Stato Rubio dice che il presidente non ha ancora deciso e preferisce la diplomazia.

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