Patrizia Ascari sorride davanti alla tv, si sofferma sul volto felice di Kimi Antonelli («Straordinario, è ancora un ragazzino…») e ripensa a papà Alberto che sfrecciava in Formula 1 e quando tornava dalle corse le portava sempre dei regali: «Per me e Antonio, mio fratello, una fortuna: negli Anni Cinquanta non è che tutti i bambini fossero ricoperti di giochi». Papà Alberto, nel 1953, vinse il suo secondo titolo Mondiale e nessun pilota italiano, fino a ieri, era riuscito a emularlo.
Signora Ascari, il successo di Antonelli la riporta indietro con la memoria?
«Sì anche se sono due mondi completamente diversi, così come la Formula 1 che non c’entra niente con quella degli Anni Cinquanta. Mi fa piacere che sia proprio lui a venire dopo mio padre, che per merito suo si torni a parlare anche di papà. È una bella cosa».
È diventata una sua tifosa?
«A dire il vero lo sono sempre stata: è bravo, giovane e carino».
Le piacerebbe conoscerlo?
«A me divertirebbe, non so quanto gliene fregherebbe qualcosa a lui».
Quale messaggio vuole mandargli per la conquista del Mondiale?
«Che continui a essere così scaramantico, va benissimo così. Quello funziona».
Papà lo era?
«Sì, guai incrociare un gatto nero e tutto il resto. Anch’io, un poco, lo sono»
Nella biografia di suo padre, colpisce il numero 26…
«Mio nonno Antonio, pilota a sua volta, era morto il 26 luglio 1925 al Gp di Francia e papà aveva promesso di non correre mai di 26».
Invece…
«Morì il 26 maggio 1955, a Montecarlo, testando una Ferrari 750 Sport. Aveva la sua stessa età, 36 anni, e lo stesso numero di vittorie: 13».
Perché quel giorno di maggio, rinunciando anche alla sua tuta e al suo casco azzurri, provò quella macchina?
«Guardi, non lo so. Il 26 per la mia famiglia è sempre stato un incubo, mio fratello lo temeva moltissimo».
Quattro giorni prima, sempre nel Principato, era precipitato in mare con la sua Lancia…
«Ero una bambina e non avevo percezione del pericolo che papà sfidava ogni volta. Ricordo però che dopo quell’incidente ruppi il salvadanaio per comprargli un mazzo di fiori: è l’ultima immagine che ho di lui».
Il giorno della tragedia?
«Vennero a prendere me e mio fratello e ci portarono a casa di Gianni Lancia. Abbiamo passato una ventina di giorni vicino a Torino, tenuti all’oscuro di tutto. Non so perché mamma avesse deciso così».
Ha continuato a seguire la F1?
«Preferisco la MotoGp. I Gp li guardo, ma non tutti perché sono troppo lunghi».
Tra i piloti che si sono avvicendati in questi lunghi anni, qualcuno le ha ricordato papà?
«Non li ho mai conosciuti, ne ignoro i tratti caratteriali. Per esempio, trovo Hamilton folcloristico e divertente, ma non ho idea di cosa pensi. Posso dire che mi piace molto e che, prima di Kimi, ho tifato per lui. Ho simpatizzato anche per Lauda e Senna, mentre Schumacher non era nelle mie simpatie».
Mario Andretti sostiene che Kimi ricorda suo padre nella grande calma e tranquillità in pista e fuori: ha ragione?
«Sulla calma sicuramente, anche se Kimi ha 20 anni mentre papà quando è morto ne aveva 36 e questo fa una differenza di impostazione. Quanto allo stile di guida non sono assolutamente in grado di commentare, diciamo che Kimi è più spumeggiante».
Anche a livello mediatico, un aspetto che allora non c’era.
«Non c’era proprio idea della comunicazione, anzi i giornalisti erano considerati dei fieri rompiscatole e quando arrivavano talvolta c’era la fuga».
Che persona era suo papà?
«Allegra e carina, come Kimi. Che però alla sua età ha tutte le energie e l’allegria sprizzante tipiche di un ragazzino».
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