Tutti i sondaggi danno i repubblicani senza più la maggioranza in almeno un ramo del Congresso. La Camera è considerata perduta, salvo sorprese clamorose, il Senato in bilico. In ogni caso ci sarà una resa dei conti nell’Amministrazione Trump.
Hegseth Rubio, alla guida dei dipartimenti della Guerra e di Stato, sono dati in partenza. All’interno dei democratici lo scontro sarà invece fra l’ala socialista e quella moderata. Sei i candidati socialisti passeranno in blocco, sarà rivoluzione.
Le ricadute sulla Casa Bianca e il destino di Hegseth e Rubio
Il presidente in un’intervista alla Fox News domenica ha detto che se i repubblicani perderanno la maggioranza, «potete chiamarmi Mr. Veto». L’aveva detto 15 giorni fa ricordando i poteri che gli conferisce la Costituzione ma che avrebbe lavorato con Hakeem Jeffreis, probabile prossimo Speaker.
Ci saranno conseguenze su composizione del governo. Vacilla la poltrona di Pete Hegseth, segretario della Guerra e grande sostenitore dell’opzione della forza contro l’Iran. Chi al suo posto? Ci sono due nomi su tutti, a quanto ci risulta. Il primo è quello di Ron DeSantis che in gennaio terminerà il lavoro di governatore della Florida. Un secondo nome è quello di Mike Pompeo, già capo della Cia e segretario di Stato nel primo mandato di Trump.
Uno scenario che potrebbe aprirsi riguarda Marco Rubio. Non subito, ma se dovesse pensare alla Casa Bianca dovrebbe dimettersi da segretario di Stato. «Lascerà a gennaio, per candidarsi perché la Casa Bianca vuole lui», confida a La Stampa un insider dell’Amministrazione. Il mondo di Rubio invece resta abbottonato e convinto che il segretario non si muoverà da Foggy Bottom.
La frattura dentro i Maga e il candidato per il 2028
Il rapporto fra Maga e repubblicani dipenderà da quanti candidati fortemente sostenuti da Trump faranno esordio o torneranno al Congresso. Ma se l’impegno del presidente in campagna elettorale non avrà prodotto vantaggi al Gop e tenendo conto che il leader Usa sarebbe nei prossimi due anni un’anatra zoppa (lame duck) ovvero un presidente senza maggioranza, il numero dei repubblicani pronti a distanziarsi dal leader aumenterebbe. Al netto di una campagna serrata non sono molti i casi di deputati e senatori che hanno preso le distanze da Trump.
Uno studio di settembre evidenziava che il 96% dei candidati sostenuti da Trump ha vinto le primarie del Gop e per tutti valga l’esempio di Thomas Massie, deputato del Kentucky che, sfidato da un trumpiano, ha perso il seggio a Washington.
Se la presa di Trump resta forte, il rapporto fra Maga ed establishment repubblicano in caso di sconfitta (perdita della Camera) o debacle (perdita anche del Senato) cambierebbe. Alcuni pretoriani come lo Speaker in carica Mike Johnson potrebbero uscire di scena. L’interrogativo è invece se il mondo Maga troverà compattezza attorno a un nome per il 2028.
Il dilemma dei democratici soltanto vendetta o riforme
È il grande dilemma che investe il partito e dipenderà molto da chi riuscirà a prevalere nella leadership, Charles Schumer sarà ancora leader al Senato? E Hakeem Jeffries diventerà il primo afroamericano a guidare la House? Domenica quest’ultimo ha lanciato il suo programma se i Dem prenderanno la maggioranza alla Camera: ripristino dei fondi per la sanità, misure contro il costo della vita e conflitto in Iran da riportare entro i limiti delle autorizzazioni del Congresso.
Il grande dilemma è se perseguire inchieste e indagini e sino alla richiesta di impeachment. Qui le posizioni dentro il partito e fra i consiglieri sono molto differenti. La Nbc ha pubblicato un sondaggio in cui il 52% degli americani vorrebbe vedere i Dem alla guida del Congresso. Un attestato di fiducia che però diversi analisti leggono in chiaroscuro: il voto di oggi è contro i repubblicani e le promesse mancate di Trump non è un endorsement per i democratici. Hanno corso, infatti, senza un programma chiaro, ma denunciando il costo della vita e i guai all’economia prodotti da Trump. Uno stratega democratico confidava a La Stampa: “Non c’è ancora un’idea di Paese”.
GLI SCENARI
Midterm, Trump avverte i repubblicani: “Se perdiamo, sarò Mr. Veto”. Ecco le quattro conseguenze
dal nostro corrispondente Alberto Simoni

Un congresso guidato dai socialisti o dai moderati
Anche l’identità del Partito democratico è sulle schede. Ci sono una decina di candidati che hanno ottenuto l’endorsement del Dsa, il movimento dei socialisti democratici. Alcuni suoi esponenti, come il sindaco di New York Zohran Mamdani, sono già al potere. Un rafforzamento della loro presenza a Washington altererebbe gli equilibri fra i democratici e condizionerebbe il partito. Sarebbe difficile per i cosiddetti “moderati” liquidare alcune scelte come «impossibili da realizzare» se al Senato, ad esempio, a Bernie Sanders, il primo dei “socialisti”, dovessero unirsi Abdul El Sayed (Michigan) o Angie Nixon, Florida.
Alla Camera sono una decina i candidati sostenuti dal Dsa, alcuni hanno ottime chance di essere eletti: Melat Kiros; Donavan McKinney; Claire Valdez; Darializa Avila Chevalier; Chris Rabb. Troverebbero una casa comune nel gruppo progressista dove spiccano figure come Rachida Tlaib, palestinese di origini, eletta a Dearborn e sAlexandria Ocasio-Cortez, New York, le cui ambizioni difficilmente resteranno confinate alla Camera nel 2028. Una forte affermazione dei progressisti la catapulterebbe fra i papabili per la Casa Bianca fra due anni.
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