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“Con i manifesti ho chiuso”. Andrea Villa si ferma, l’ultima opera del Banksy di Torino

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«Grazie a tutti». È un saluto, ma anche il sipario che cala su 12 anni di provocazioni, ironia e manifesti capaci di trasformare la strada in una piccola galleria di satira. Andrea Villa, lo street artist anonimo conosciuto come il “Banksy torinese”, annuncia la fine del suo progetto artistico: oltre 120 opere realizzate dal 2014, per portare le proprie idee sui muri e nelle vie della città. Un percorso fatto di immagini irriverenti e messaggi spiazzanti: Beppe Grillo in un finto manifesto funebre dal titolo “Onesti da morire”, Matteo Salvini e Giorgia Meloni con i volti accostati alla frase “Pensa come vuoi, ma pensa come noi”, una tomba con l’effige del Pd accompagnata dalla scritta “La rivoluzione siamo noi”. «I manifesti resteranno come testimonianza di una stagione creativa importante» scrive l’artista, 30 anni, nel suo messaggio di commiato.

Perché ha deciso di fermarsi?
«I meme e l’intelligenza artificiale hanno cambiato il modo di comunicare attraverso le immagini. Oggi chiunque può realizzare qualcosa di simile a quello che facevo io. Ma non è l’unico motivo: sentivo che la mia forza comunicativa si stava esaurendo».

In che senso?
«Volevo spostare il progetto verso temi sociali e culturali, parlare per esempio della solitudine e dell’isolamento dei ragazzi. Ma il pubblico mi chiedeva sempre e soltanto satira politica. Mi avevano identificato in quel modo e facevo fatica a uscirne».

Perché aveva cominciato?
«Guardavo i giornali e i telegiornali e volevo dire la mia. Volevo essere visto, portare le mie idee in strada, far riflettere le persone con un sorriso e stimolare un dibattito».

Come è nato il progetto?
«All’inizio era uno striscione, poi sono arrivati i cartelloni in strada, più visibili».

E il nome Andrea Villa da dove arriva?
«Il primo manifesto, affisso sul ponte di Italia 61 nel 2014, non era firmato. Un fotografo di strada lo aveva immortalato: si chiamava Andrea Villa. Un quotidiano aveva attribuito a lui il manifesto, sbagliando. Da allora ho mantenuto quel nome».

Ha capito subito che i suoi manifesti funzionavano?
«Sì, vedevo che le persone ne parlavano, sui giornali, sui social, ma soprattutto mi arrivavano tanti commenti. Avevo capito di riuscire a stimolare un dibattito in un mondo dominato dal mainstream».

In dodici anni ha realizzato 120 opere. Ce n’è una cui è particolarmente legato?
«Sì, ma non era di satira politica. Era “#Teachersdosex”, realizzata nel 2020. Alcune insegnanti mi avevano inviato volontariamente foto intime, che avevo scelto di affiggere sui manifesti per accendere l’attenzione sul revenge porn, tema di cui in quel periodo si parlava molto».

Che cosa le ha dato quell’esperienza?
«Molte ragazze mi hanno scritto per ringraziarmi. Mi dicevano che con quei manifesti si erano sentite comprese e avevano capito che la maggior parte delle persone era dalla loro parte».

Da dove sono nate in questi anni le sue idee?
«Dai giornali, dalle televisioni, dai social. Dalle contraddizioni che vedevo intorno a me e di cui spesso si parlava troppo poco».

Quanto tempo impiegava per realizzare un manifesto?
«Due o tre settimane per pensare all’idea. Una volta deciso cosa fare, in un giorno realizzavo il manifesto e lo affiggevo».

A un certo punto l’attività è diventata troppo pesante. Perché?
«Mi hanno chiamato per partecipare a eventi, mi hanno contattato i giornali. Va tutto bene, ma io lo facevo solo per divertirmi. Sono una persona schiva e adesso voglio dedicarmi al mio lavoro, quello vero. Anche se l’attività artistica mi permetteva di guadagnare qualcosa».

Quanto?
«Circa 8 mila euro all’anno, soprattutto grazie alla vendita delle stampe delle mie opere».

Che cosa farà adesso?
«Mi prendo un anno sabbatico. Ho bisogno di tempo per organizzare alcune cose della mia vita e del mio lavoro».

È un addio definitivo?
«Non escludo di tornare, ma sicuramente farò altro. Con i manifesti ho chiuso. E anche il nome Andrea Villa non lo vedrete più».

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