Home Business Tinto Brass, un maestro erotico ma anche eretico

Tinto Brass, un maestro erotico ma anche eretico

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Quando venne a sapere che la Cineteca Nazionale assieme a Netflix voleva restaurare “Col cuore in gola”, il suo film del 1967 sulla Swinging London che sarà poi nel settembre scorso la preapertura della Mostra del Cinema di Venezia, Tinto Brass fu molto contento, gli sembrò il riconoscimento per quanto aveva fatto per rinnovare il nostro cinema in quel decennio. In quel film gli story boards erano stati disegnati da Guido Crepax, nella festa londinese a fine film appariva uncredited persino Roger Waters dei Pink Floyd, la cultura pop del periodo era fortemente rappresentata e la sua ironia si palesava nelle tante prese in giro di un altro italiano che aveva girato nella Londra di quegli anni, Michelangelo Antonioni con il suo “Blow Up”. Brass si era trasferito a Londra (dove girerà altri due film) proprio perché voleva svecchiare e internazionalizzare il suo cinema. Poteva ben farlo, lui che aveva tradotto in italiano un pensatore che come lui era profondamente anticonformista come Georges Bataille, e che per tre anni era stato il braccio destro di Henry Langlois, il fondatore della Cinemathéque Française tanto amato dai cinefili, l’uomo che in Italia aveva dialogato solo con tre persone: Roberto Rossellini, Maria Adriana Prolo (la fondatrice del Museo del Cinema di Torino) e appunto il giovane Brass.

E a Torino Brass si recò nel 1997 proprio per rievocare i suoi inizi, turbolenti ma molto interessanti. Assieme a Paolo e Vittorio Taviani era stato l’assistente di Joris Ivens, il grande documentarista che Enrico Mattei aveva chiamato per realizzare “L’Italia non è un paese povero”, documentario che metteva in luce le grandi potenzialità di sviluppo industriale nell’Italia del boom. Il commento era di Alberto Moravia, l’impostazione troppo gauchiste non piacque però all’Eni che dopo la morte di Mattei fece rimontare il tutto con un nuovo commento molto più qualunquista e firmato da Indro Montanelli. Brass fu invitato al Torino Film Festival perché un giovane documentarista, Stefano Missio, aveva ricostruito quella vicenda in un “documentario sul documentario” che aveva un titolo geniale, “Quando l’Italia non era un paese povero”, suggerito dallo stesso Brass che ricostruì di fronte a una platea interessatissima tutti quegli avvenimenti in un incontro che vide la partecipazione anche di Lietta Tornabuoni, la storica firma di La Stampa per il cinema.

Ma ancora più interessante è l’intervista che nel 1966 Brass concede a Paese Sera. La notizia era che anche Brass (come già avevano fatto tanti registi “insospettabili”, tra questi anche Pier Paolo Pasolini) si apriva al western italiano, il grande successo del momento, proponendo due antagonisti (Philippe Leroy e Adolfo Celi, reduce da James Bond) che si affrontano in uno scontro tutto fatto di primi piani e di montaggio frenetico. “Faccio western, diceva Brass, perché nel western c’è poco contenuto ideologico e posso quindi dedicarmi alla forma. Mi interessano solo i due antagonisti, gli altri personaggi li utilizzo solo come oggetti”. Una dichiarazione di poetica importante per uno dei western più strani e sorprendenti del periodo, che uscirà con il titolo “Yankee” presentando sequenze memorabili (la dimora del cattivo, illuminata di rossi accesi e piena di statue e di ritratti, con lui sul trono e ai suoi piedi la donna, anticipa evidentemente una sequenza simile in Caligola, il suo film più forte e censurato). Un’intervista bella, ricca, profonda con un intervistatore dal futuro radioso: si tratta infatti di Dario Argento, che muoveva i suoi primi passi.

Insomma, Brass non è stato solo il cinema erotico, è stato di più, molto di più. Potremmo dire: erotico sicuramente, ma certamente anche eretico.

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