I faldoni delle nuove indagini sul caso Garlasco sono arrivati ieri sulla scrivania del giudice Luigi Riganti che ha cinque giorni di tempo per fissare la data dell’udienza preliminare. Un passaggio obbligato dopo la richiesta di rinvio a giudizio del 38enne accusato dalla procura diretta da Fabio Napoleone di aver ucciso Chiara Poggi con «crudeltà» e «odio», «dopo il rifiuto di un approccio sessuale». Ma, senza precedenti nella storia giudiziaria, c’è il rischio che il gup si ritrovi nella difficile condizione di decidere se mandare a processo Andrea Sempio mentre, per lo stesso omicidio, Alberto Stasi risulta ancora condannato con sentenza definitiva. Una situazione inedita e ingarbugliata che potrebbe aprire più scenari, a maggior ragione davanti alla imminente istanza di revisione che i difensori dell’ex bocconiano, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, o magari la procuratrice generale di Milano Francesca Nanni – che non ha ancora sciolto la riserva – presenteranno a giorni alla corte d’Appello di Brescia.
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In questo quadro il giudice, ex coordinatore della sezione penale del Tribunale di Pavia e di recente passato alla sezione gip, potrebbe vagliare più strade. Tra queste, non è esclusa la possibilità che decida, su richiesta degli avvocati di Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, di sospendere l’udienza preliminare, in attesa della fine del procedimento di revisione che si aprirà a Brescia se l’istanza dovesse essere giudicata ammissibile. Sentenza contro cui poi le parti potranno ricorrere in Cassazione.
Pur in assenza di una norma specifica del codice che preveda la sospensione in casi come questo, che rappresenta un unicum, un inedito giudiziario, anche tra gli addetti ai lavori e le parti, «congelare» l’udienza preliminare sembra la strada più probabile. In alternativa, ha ripetuto ieri l’avvocato Cataliotti, «chiederemo al giudice di rivolgersi alla Consulta per vagliare la costituzionalità della norma. Non credo possa rimanere un’incognita se Stasi sia un semplice testimone o sia addirittura legittimato a costituirsi parte civile nel processo a Sempio. E non credo possa rimanere un’incognita se la famiglia Poggi possa costituirsi parte civile oppure se rimanga e sia soddisfatta in virtù del risarcimento stabilito nel precedente giudizio. Sono questioni irrisolte dal codice di procedura penale».
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Nel frattempo, la difesa di Stasi è concentrata sulla richiesta di revisione e su tutti i nuovi elementi emersi dal fascicolo acquisito l’11 settembre in originale dal Ris di Parma che all’epoca era guidato dall’ex comandante Luciano Garofano. Parte di questi elementi è già nota: le controanalisi sui pedali della bici del 43enne che escludevano la presenza del dna della vittima eseguite quattro giorni prima del suo fermo e mai rese note, l’Obti test che ha negato la presenza del sangue di Chiara rimasto segreto fino a oggi, e quel campione, il «bu-p-bis», rianalizzato dall’allora capitano Alberto Marino, tuttora alla guida della sezione Biologia del Ris, che rivelava la presenza di un dna maschile mai attribuito al suo proprietario. Ma anche la distruzione dei reperti del delitto che la difesa dell’ex bocconiano continuava a chiedere, sei anni prima che si pronunciasse in tal senso la Corte d’Assise d’Appello. E, per finire, il parere psicologico su Stasi che, senza alcun ufficiale conferimento d’incarico, e sulla base di parziali verbali dell’imputato all’epoca segreti, lo stesso Garofano – che continua a difendere l’operato suo e dei suoi uomini – due giorni fa ha ammesso di aver chiesto «in qualità di ausiliaria, come era consentito dalla legge», sono le sue parole, alla criminologa Alessandra Bramante, ex moglie di un collega.

Questo è quanto già emerso, ma non si escludono ulteriori colpi di scena a giorni, come annunciato dalla difesa di Stasi. Su questi aspetti sta già lavorando nel più stretto riserbo anche la procura di Pavia, che ha aperto un fascicolo per valutare eventuali responsabilità degli investigatori che indagarono nel 2007. E che, sentiti a settembre dall’aggiunto Stefano Civardi e dalle pm Giuliana Rizza e Valentina De Stefano, evidentemente non hanno dato spiegazioni ritenute sufficienti, se il giorno dopo i magistrati hanno ordinato ai carabinieri del Nucleo investigativo di Milano di acquisire il fascicolo in originale sul caso Garlasco a Parma.
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