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Zaia: “Sovranismo liberticida in crisi, con le frasi a effetto non si governa”

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Luca Zaia, nome di peso della Lega, oggi presidente del Consiglio regionale veneto, posa spesso lo sguardo sugli Stati Uniti. Ha appena pubblicato l’ultimo episodio del suo podcast “Il fienile”, in cui parla con Alec Ross, lo stratega di Barack Obama, di politica americana e trumpsimo. E Zaia si aspettava, dice, delle difficoltà per i repubblicani alle elezioni di midterm, come sempre accade a chi governa, «ma perdere entrambe le Camere – ammette – rappresenta un segnale politico inequivocabile».

Quale?
«Che non si può basare il rapporto con i cittadini sulle dichiarazioni a effetto. Se Trump avesse portato la pace o ridato slancio all’economia come aveva promesso, non avrebbe perso così, ma la pace non c’è e negli Usa ci sono milioni di senza tetto. Servono risposte. Specie per i giovani: il 35% degli under 30 americani ha spostato il proprio voto verso i democratici».

Sovranisti e populisti europei guardavano a lui come a un modello, anche nella Lega. E ora?
«La destra europea deve trovare una propria strada, senza importare e banalizzare modelli politici nati in contesti profondamente diversi».

Inizia la crisi del sovranismo populista?
«È la crisi del trumpismo, non del sovranismo».

C’è differenza?
«Quello di Trump è un sovranismo liberticida che, francamente, mi fa paura. Al di là dell’Ice, guardo al rapporto con la stampa, ad esempio, e ai toni sempre forti che usa per comunicare. Se si pensa all’idea di democrazia americana che abbiamo… Trump ha scelto la strada peggiore».

E il sovranismo nostrano in cosa è diverso?
«Funziona se è centrato sull’identità, sulla sicurezza e sulla legalità, ma anche moderato, liberale, inclusivo, attento ai diritti dei propri cittadini, di qualunque provenienza essi siano».

Non somiglia a nulla di ciò che abbiamo visto affiorare negli ultimi anni, da Vannacci all’Afd tedesca.
«Ma essere di destra non significa coltivare nostalgie. Vuol dire affrontare il futuro con valori solidi. L’identità non è immobilismo e la sicurezza non è il contrario della libertà. Questi valori possono non essere in contraddizione tra di loro».

Il voto americano che lezione offre?
«Una lezione per tutti i governi, di destra e di sinistra: la politica deve tornare a misurarsi sui risultati, sulla crescita dei salari, sulla competitività delle imprese e sulle opportunità per i giovani. Gli elettori chiedono soluzioni, non contrapposizioni permanenti».

Prezzo della benzina, bollette, inflazione: sono elementi della sconfitta di Trump che si ritrovano anche in Europa. Possono pesare su chi governa e andrà a elezioni a breve, come Spagna, Italia, Francia.
«Certamente».

E non è preoccupato per gli effetti sul governo Meloni?
«Penso che questo governo stia facendo un lavoro poderoso in un momento non facile. I cittadini sanno che non siamo noi a provocare guerre in giro per il mondo e che non possono accusare il governo del prezzo alto della benzina».

Ora che Trump ha perso il controllo di entrambe le Camere si augura un cambio di direzione in politica estera?
«Auspico un’inversione di marcia sui dazi. Il 65% degli americani ritiene siano stati un danno».

Anche per il suo Veneto sono stati dannosi.
«Dalla mia Regione esportiamo 80 miliardi di euro all’anno e gli scambi tra Europa e Stati Uniti hanno raggiunto i 1.770 miliardi nel 2025, quasi cinque miliardi al giorno. Sono economie profondamente interdipendenti. Ma l’Europa smetta di attendere le decisioni della Casa Bianca: deve negoziare con autorevolezza, difendere le proprie eccellenze e pretendere reciprocità. Il commercio internazionale deve essere una leva di crescita, non uno strumento di contrapposizione».

Il rapporto di Trump con l’Ue è stato difficile. Non vede il rischio che possa peggiorare?
«Non dobbiamo diventare anti-americani per essere più europei. Piuttosto, credo che il voto negli Usa apra uno spiraglio, un’opportunità geopolitica che dobbiamo saper cogliere. Dobbiamo recuperare lo spirito dei padri fondatori, da De Gasperi a Spinelli, che immaginavano un’Europa protagonista della storia. Gli Stati Uniti sono nostri amici e alleati, il loro successo è anche il nostro, ma alleanza non significa subalternità: l’Europa deve finalmente prendere coscienza della propria forza».

A partire, forse, dai negoziati tra Ucraina e Russia, da cui l’Ue è tagliata fuori.
«Deve essere a quei tavoli. Da europeista convinto, sono il primo a dire che questo modello di Europa non funziona. Abbiamo 452 milioni di cittadini, un mercato unico da circa 18 mila miliardi di euro e una delle maggiori potenze commerciali del pianeta, eppure, di fronte a Washington, Pechino e Mosca, troppo spesso fatichiamo a esprimere una posizione comune. Siamo frenati da burocrazia, divisioni e immobilismo. L’Italia, con il governo Meloni, può essere il motore diplomatico e il baricentro di un rilancio».

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