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King Bibi non avrà più cambiali in bianco

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Lo tsunami democratico delle Midterm, che ha tolto ai repubblicani Camera e Senato, mette alla prova la strategia americana di Netanyahu. Il premier ha puntato su Trump per ottenere armi, copertura diplomatica e sostegno contro l’Iran. Ora il presidente dovrà confrontarsi con una maggioranza avversaria. È il cortocircuito di Netanyahu: aver privilegiato una parte dell’America ha esposto l’alleanza con gli Stati Uniti alle divisioni della politica americana.

Il sostegno Usa non scompare, ma diventa più difficile considerarlo una cambiale in bianco. Dal 3 gennaio i democratici potranno ostacolare nuovi stanziamenti, contestare forniture e indagare sulle decisioni dell’amministrazione. Le loro posizioni su Israele differiscono, ma le richieste di tutela dei civili, accesso umanitario e un futuro politico per i palestinesi peseranno nel confronto con Israele. Il consenso sulla difesa israeliana potrebbe restare più ampio di quello su nuove offensive contro l’Iran. Netanyahu dovrà quindi misurare i suoi obiettivi con un sostegno americano che non è più automaticamente garantito.

Il cambiamento politico a Washington pesa anche sulle trattative seguite al voto israeliano del 27 ottobre. Un governo di unità nazionale potrebbe ridurre la dipendenza dall’estrema destra e rassicurare democratici americani. Ma Netanyahu ha perso forza nell’argomento finora utilizzato di essere il solo leader capace di ottenere di più dagli Usa. Eisenkot può replicare che per ricucire con gli americani occorra cambiare premier. Rassicurare Washington può favorire una coalizione ampia; non stabilisce chi debba guidarla. Se nessuno trova una maggioranza, Netanyahu resterà alla guida dell’esecutivo uscente, anche durante nuove elezioni.

Le elezioni americane e quelle israeliane hanno prodotto una doppia crisi di legittimazione politica proprio mentre Usa e Israele devono decidere come concludere il confronto con l’Iran. Trump conserva la presidenza, ma perde la maggioranza congressuale; Netanyahu resta in carica ma senza i voti per un nuovo governo. Entrambi devono dimostrare che i risultati della guerra giustificano i costi sostenuti. Un accordo potrebbe rafforzarli, anziché certificarne la debolezza.

Qui emerge la divergenza sull’Iran, resa evidente dal risultato delle Midterm. Un accordo che riapra Hormuz e imponga limiti verificabili al nucleare potrebbe consentire a Trump di tenere conto dell’esito del voto e rivendicare una riduzione dei costi della guerra. Netanyahu potrebbe giudicarlo insufficiente. La stessa intesa può rafforzare Trump ed esporre Netanyahu all’accusa di lasciare irrisolta la minaccia. Teheran può sfruttare questa distanza mantenendo insicura la navigazione: i rincari energetici aumentano la pressione su Washington perché conceda di più. Per Netanyahu, contestare un accordo ritenuto insufficiente può significare entrare in conflitto con Trump, sul cui sostegno ha costruito la propria strategia. La pressione per concludere può però favorire nuove operazioni militari, benché di breve durata e minore intensità. Trump può cercare nuove concessioni attraverso altri attacchi, anche per smentire l’immagine di un presidente paralizzato e per poter negoziare con la pistola sul tavolo.

Netanyahu può premere perché egli agisca prima dell’insediamento del Congresso democratico. Un’offensiva potrebbe ricompattare gli israeliani attorno all’emergenza oppure aggravarne le divisioni. Per Israele conta la durata del sostegno americano, oltre alla sua forza. Munizioni e difese vanno reintegrate: poter colpire non significa poter sostenere uno scontro indefinito. La scadenza del memorandum di forniture militari Usa nel 2028 e le presidenziali dello stesso anno impongono a Israele di prepararsi a condizioni meno favorevoli, chiunque vinca. I calendari, infatti, divergono: Trump paga il protrarsi dei rincari; Netanyahu teme che una pausa permetta il riarmo iraniano; Teheran può cercare concessioni prolungando la crisi, ma intanto consuma risorse.

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