Home Business Alec Ross: “L’opposizione ai data center è reale, gli americani hanno paura...

Alec Ross: “L’opposizione ai data center è reale, gli americani hanno paura per ambiente e lavoro”

0
2

Un referendum contro Trump, non contro l’intelligenza artificiale. Alec Ross legge così il voto americano: la protesta sui data center pesa, ma non è decisiva. Esperto di innovazione, americano, docente alla Bologna Business School, Ross avverte che ora gli investimenti potrebbero cambiare geografia. E rallentare. E all’Europa manda un messaggio: basta annunci e comitati, è il momento di agire. Mentre sul freno ai data center mette in guardia: potrebbe colpire anche l’economia reale.

Ross, il voto americano è una bocciatura di Trump o anche del potere di Big Tech?

“Quello che abbiamo visto è stato uno tsunami di sfiducia nei confronti di Trump. Sono state meno elezioni tra destra e sinistra, né tra Democratici e Repubblicani. Sono state soprattutto un referendum su Trump, che si è trasformato in una vera e propria valanga di no. Gli americani hanno votato contro la corruzione, contro la guerra in Iran, contro i dazi e contro l’inflazione. Non hanno votato tanto a favore dei Democratici quanto contro Trump. La questione del potere di Big Tech e dei data center ha avuto un ruolo, soprattutto in Texas, ma è stata secondaria rispetto a questo messaggio politico molto più ampio. Non confonderei quindi la bocciatura di Trump con una bocciatura dell’intelligenza artificiale o dell’industria tecnologica americana”.

Per i sondaggi americani però l’Ai ha avuto un ruolo. Nbc dice che il 56% degli elettori ha detto che la sua scelta è stata motivata anche dall’AI.

“Sì, ma bisogna interpretare correttamente quel 56%. Il sondaggio dice che il 23% degli elettori considerava i data center un fattore cruciale e il 33% un fattore importante nella scelta per il Congresso. Non significa che il 56% abbia votato contro i data center o che siano stati il fattore decisivo. Le questioni principali rimanevano altre”.

Ma l’opposizione ai data center è reale, non è così?

“’L’opposizione è reale, soprattutto nelle comunità interessate dai nuovi impianti. Le preoccupazioni riguardano il consumo di energia e acqua, l’aumento delle bollette, l’impatto sul territorio e il numero relativamente limitato di posti di lavoro permanenti creati da queste strutture. C’è poi una preoccupazione più generale per l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione. In Texas, in particolare, la questione dei data center ha avuto un peso politico significativo”.

Che cosa succede ora agli investimenti? Si sposteranno in altri Stati o rischia di diminuire anche la capacità di calcolo disponibile?

“Nel breve periodo mi aspetto soprattutto uno spostamento geografico e un rallentamento di alcuni progetti, non una riduzione della capacità di calcolo già disponibile. Le aziende continueranno a cercare luoghi dove costruire, ma dovranno confrontarsi con maggiori ostacoli politici, costi energetici e opposizione locale. Il Texas è particolarmente importante perché concentra una quota enorme dei progetti futuri. Una cosa è rallentare la costruzione di nuovi data center, un’altra è ridurre la capacità già operativa. La prima è possibile, la seconda molto meno probabile. Il rischio è che la crescita della capacità americana diventi più lenta e costosa, proprio mentre la domanda mondiale di calcolo continua ad aumentare”.

Perché un rallentamento degli investimenti potrebbe favorire i grandi gruppi tecnologici? Il rischio è che gli giganti si rafforzino mentre le imprese più piccole restano indietro?

“La questione è soprattutto finanziaria. Gli hyperscaler come Microsoft, Google, Amazon e Meta hanno investito centinaia di miliardi di dollari nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale, suscitando crescenti preoccupazioni tra gli investitori sulla sostenibilità di questi livelli di spesa e sui ritorni economici. Non è un caso che il giorno dopo le elezioni le azioni degli hyperscaler siano salite. I mercati vedono positivamente la prospettiva di un rallentamento degli investimenti, che significherebbe minori spese in conto capitale, maggiore liquidità e maggiori profitti. A risentirne sarebbero soprattutto le imprese più piccole che hanno beneficiato di questi enormi investimenti, in particolare i fornitori di infrastrutture e servizi legati all’AI. Se gli hyperscaler riducono la spesa, diminuiscono anche i flussi di capitale verso queste aziende”.

Un cambio di rotta americano sui data center sarebbe un’opportunità per l’Europa o un problema, vista la dipendenza dai fornitori statunitensi?

“Finora l’Europa è stata sostanzialmente irrilevante su questo fronte. Ha avuto un ruolo meno importante dell’America Latina, del Medio Oriente e dell’Asia orientale negli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Quello che succede negli Stati Uniti, quindi, non è particolarmente rilevante per l’Europa. Invece di continuare a guardare dall’altra parte dell’Atlantico per capire quali opportunità potrebbero aprirsi, l’Europa dovrebbe concentrarsi su ciò che può fare concretamente al proprio interno: costruire nuove collaborazioni e realizzare investimenti. Quello che accade negli Stati Uniti conta sempre meno per l’Europa se in Europa non succede nulla”.

Da dove dovrebbe partire l’Europa?

“L’Europa non ha bisogno di altre decisioni. Ha bisogno di agire. Deve smetterla di fare un nuovo annuncio ogni dieci giorni per poi istituire una serie di comitati che discutono cosa fare. Non abbiamo bisogno di altri annunci, altre conferenze o altri gruppi di lavoro. Abbiamo bisogno di azioni concrete. Il problema dell’Europa non è la mancanza di idee, strategie o decisioni, ma la mancanza di azione. Mentre I paesi nel resto del mondo investono e costruiscono, noi continuiamo a discutere. È ora di passare dalle parole ai fatti”.

Non è un caso che oggi il colosso dei trasporti Maersk indichi l’AI tra i motori del trasporto merci. Una frenata degli investimenti nei data center americani si ripercuoterebbe già sull’economia reale?

“Assolutamente sì, ed è forse uno degli aspetti più interessanti di questa vicenda. L’intelligenza artificiale non è più soltanto un settore dell’economia digitale. Gli investimenti nei data center generano domanda di semiconduttori, trasformatori, sistemi di raffreddamento, apparecchiature elettriche, materiali da costruzione e trasporto internazionale. Quando Maersk identifica l’espansione delle infrastrutture AI come uno dei motori della domanda di merci, ci sta dicendo che questi investimenti hanno già effetti importanti sull’economia reale”.

Quali conseguenze quindi da uno stop?

“Una frenata significativa potrebbe quindi ripercuotersi sulle catene globali di fornitura, sull’industria e sugli investimenti. Bisogna però distinguere tra un rallentamento nella costruzione di nuovi impianti e una frenata dell’adozione dell’intelligenza artificiale. Non sono la stessa cosa. Inoltre, nel caso di Maersk, l’aumento della redditività dipende anche dai noli e dalla congestione portuale, non soltanto dall’AI”.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it