Addio al Drago, ci ha lasciato Sandro Munari

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Se n’è andato ieri Sandro Munari, dopo una malattia lunga quanto una speciale infinita, di quelle che non finiscono mai ma alla fine, zac, ti piantano lì.

Avrebbe compiuto ottantasei anni il 27 marzo. Il Drago di Cavarzere, lo chiamavano, e il soprannome gli stava addosso come la tuta ignifuga: elegante, un po’ minaccioso, impossibile da dimenticare.

Leggenda Lancia

Era il 1977 quando diventò il primo italiano a prendersi la Coppa FIA piloti, a bordo di una Lancia che sembrava disegnata apposta per lui: bassa, cattiva, con quel muso da predatore che anticipava le curve prima ancora che la strada le inventasse.

Ma Munari non era solo velocità. Era sensibilità. Una cosa che nei rally come nella vita è importantissima. Usava la delicatezza come altri usano il piede pesante: per domare, non per schiacciare. Un signore vero, di quelli che entrano in una stanza e ti fanno sentire, senza dire una parola, che il mondo è un posto un po’ più civile.

Aveva cominciato nel ’64 come navigatore di Arnaldo Cavallari, su un’Alfa Giulia TI Super della Jolly Club, vincendo Sardegna e San Martino di Castrozza. Poi, dal ’65, il campionato italiano: titoli nel ’67 e nel ’69. Nel ’72 la Targa Florio, un quarto posto alla 1000 km di Zeltweg su Ferrari 312 PB insieme ad Arturo Merzario (due italiani che sembravano usciti da un film di Fellini con il volante in mano).

Il re del Monte

Nel ’73 il titolo europeo. E Montecarlo, ovvio: Montecarlo era casa sua. Vinse nel ’72 con la Fulvia Coupé HF, poi tre volte di fila, ’75-’77, con la Stratos. Sembrava che la neve del Col de Turini si sciogliesse solo per fargli spazio.

Frank Williams gli offrì addirittura un GP di Formula 1 in Sudafrica nel ’73, al posto di Nanni Galli infortunato. Cesare Fiorio, direttore sportivo della Lancia, disse no. Il Drago doveva restare nel suo lago. Cioè nei rally.

E forse fu un bene: chissà che fine avrebbe fatto un gentiluomo come lui in mezzo a quei gladiatori con la tuta sponsorizzata.

Alla Dakar e alla Lamborghini

Dopo la Stratos passò alla Fiat 131, poi, quando il mondiale rally gli disse arrivederci, si infilò nel deserto: Dakar, Rally dei Faraoni, persino una Lamborghini LM 002. Raccontava di essersi allenato sui greti dei fiumi, di aver domato la sete insaziabile di quel V12 come si doma un toro. Ne parlava con lo stesso tono con cui altri parlano della prima cotta: stupore, gratitudine, un filo di malinconia.

Quando smise di correre diventò consulente Lamborghini (sua la messa a punto della Diablo VT a trazione integrale) e organizzatore di corsi di guida sicura.

Un grande giornalista

E lavorò con noi per l’allora Gruppo Espresso. Prima su KmMotori, poi su Repubblica. Aveva una rubrica fissa su Kataweb Motori che si chiamava “A tutto gas”. Di fronte c’ero Michele Serra con la rubrica “In retromarcia”. Era la coppia più bella del giornalismo motoristico italiano: lui che spingeva, Serra che frenava; lui che esaltava il rombo, Michele che celebrava il silenzio dopo.

Poi arrivò il libro con Sergio Remondino, “Sandro Munari. Una vita di traverso”. Titolo perfetto. Perché lui la vita l’ha sempre presa di traverso: di traverso alle curve, di traverso alle convenzioni, di traverso al tempo che alla fine, purtroppo, ha preso lui di traverso.

Se ne va un gigante. Un uomo che ha fatto sognare intere generazioni di ragazzini con la sciarpa al collo e il poster della Fulvia e della Stratos sopra il letto. Un Drago che non sputava fuoco, ma lo accendeva dentro le macchine e dentro chi le guardava correre. Ciao Sandro, ci mancherai.

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