«Andrea? Certo che è venuto qui». Al Bisteccheria d’Italia, il ristorante del quartiere Tuscolana finito al centro dell’affaire Delmastro, lo ammettono: il sottosegretario alla Giustizia ha mangiato lì. Un ristorante con una quarantina di coperti che sembra fare riferimento alla famiglia Michele Senese, detto O’Pazzo, “capo dei capi” della malavita romana. «Stamattina mi sono svegliata e non ho capito più nulla» racconta una delle titolari del locale, dopo che che la notizia che Delmastro, insieme ad altri volti noti di Fratelli d’Italia, aveva delle quote, poi ritirate, dell’attività al centro di un’inchiesta della procura di Roma, è diventata nota. «Uno può investire dove vuole no?», dicono. E si preoccupano della “cattiva pubblicità», che, a parer loro, rischia di far diminuire i clienti.
il caso
Bufera su Delmastro, socio di una famiglia mafiosa. La difesa: “Me ne sono andato subito”
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Delmastro dichiara che ha investito, è vero, ma «in una società con una ragazza non imputata e non indagata, che poi si scopre essere figlia di». Di chi? Del prestanome, stando alle carte delle inchieste, di Michele Senese, detto O’Pazzo, il padrino indiscusso, che intreccia relazioni, affari e investe nel grande business della Capitale.
Delmastro si difende: «Nel momento in cui» ho scoperto i legami, «immediatamente, per rigore etico e morale che mi contraddistingue su questa battaglia, mi sono tolto dalla società. Quindi non c’è nulla da dire». Eppure la domanda sorge spontanea: come ha potuto sedersi al tavolo con Mauro Caroccia senza porsi il problema di chi fosse? E pensare che il locale è elegante, ma riservato. Un’unica stanza. Come ha potuto investire del denaro in una società, “Le 5 Forchette”, senza informarsi dei suoi soci?


Gli investigatori raccontano di un equilibrio criminale che oggi sembra regnare sulle strade di Roma. Le pistole tacciono e per il momento nessuno risolve i dissidi facendo scorrere il sangue. Lo chiamano “status quo”, garantito a distanza da Michele Senese che, nonostante la sua detenzione, gioca ancora un ruolo di ago della bilancia. Lui è l’uomo dell’equilibrio, ma è anche l’uomo che intreccia relazioni, affari e investe nel grande business della Capitale. A svelare la sua caratura sono le inchieste di carabinieri, polizia e guardia di finanza di questi anni, per ultima “Affari di famiglia” della procura di Roma, che raccontano come il clan Senese abbia affari ovunque e di ogni genere, dal riciclaggio all’autoriciclaggio, dall’uso alle intestazioni fittizie alle estorsioni. E poi, ovviamente, la droga. È Michele Senese il padrino indiscusso, che detta legge anche dal carcere. Ed è la sua famiglia ad autorizzare una lunga serie di gruppi criminali, ad esempio gli albanesi, a spacciare sul territorio. In cambio? Devono portare la “stecca”, una percentuale. Il contorno è disegnato da ristoranti, locali, rivenditori di auto.
La parabola criminale di Michele Senese, oggi quasi settantenne, inizia come affiliato al clan camorristico Moccia. Negli Anni Settanta arriva nella Capitale. Sa bene che “Roma non vuole re” e punta al “baciamo le mani”. Intreccia relazioni con i boss della Magliana, stringe alleanze con la ‘ndrangheta, detta legge su affari e piazze di spaccio. Riesce «a dare luogo a un gruppo criminale autonomo e strutturato – si legge nelle carte delle inchieste – in grado di controllare l’intero territorio». Sul suo libro paga i nomi sono numerosi, compresi quelli di imprenditori spavaldi oppure ingenui. Nel 2013 finisce in carcere, accusato di essere il mandante dell’omicidio di Giuseppe Carlino: una resa dei conti per vendicare l’uccisione del fratello Gennaro, ma per lui poco cambia. Dietro le sbarre, O’Pazzo resta «costantemente informato» su quanto accade in città, «impartisce indicazioni precise sulle strategie da attuare e sull’impiego delle risorse». D’altronde fuori c’è la famiglia e ci sono i fedelissimi. C’è il fratello Angelo, altro nome di spicco, e il figlio Vincenzo, con cui, in particolare tra il 2005 e il 2006, «ha importato grossi quantitativi di droga», soprattutto cocaina, dal sud America per smerciarla nelle piazze romane.
I soldi delle attività criminali sono tanti e bisogna reinvestirli, così gli affari del clan Senese spaziano dal settore dell’abbigliamento al mercato delle auto al caseario «senza avere alcuna competenza in nessuno dei settori specifici e nemmeno l’interesse». E c’è un’intercettazione, tra le tante finite nei faldoni delle indagini, che lo spiega bene. Al telefono c’è Angelo Senese che dice: «Bello…Buongiorno…Senti, ma ce l’hai ’na società che c’ha 4 milioni di fatturato, che c’ho na cosa da fare? De qualsiasi tipo…imballaggi».
Pure la ristorazione è un buon business: dal quartiere Tuscolano a Cinecittà al Centro storico a Ponte Milvio sino ad Ostia e al litorale. E tra i fedelissimi dei Senese c’è Mauro Caroccia, ras della ristorazione della periferia della Capitale. Vicinissimo ad Angelo e Vincenzo Senese, è lui, davanti ai magistrati, a ricostruire i rapporti storici che legano le famiglie: «Ci conosciamo da più di trent ‘anni con Vincenzo . E sua mamma mi conosce fin da bambino. Vacanze insieme…siamo cresciuti insieme praticamente». Per gli inquirenti, Mauro Caroccia è tra i prestanome di spicco del clan. E la sua famiglia gestiva – le indagini sostengono per conto dei Senese – il locale “Da baffo”, poi diventato “Da baffo 2 Fish Srl” e infine “Baffolona burger srl”.
Soldi sporchi, usura, omicidi, gambizzazioni. Il clan Senese, negli anni, si impone con forza brutale e intimidazioni. E pure con alleanze delle più disparate. Particolarmente significativa è la storia di Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, capo ultras della Lazio ammazzato in un parco romano il 7 agosto 2019 con un colpo sparato alla nuca perché i proventi dello stupefacente non li versava più e voleva diventare il «re» delle piazze di spaccio della Capitale. Diabolik, capo degli Irriducibili, violenta frangia nera del tifo, era un fedelissimo di Michele Senese. Era stato O’Pazzo a presentargli la donna che sarebbe diventata sua moglie, lui a fargli da testimone di nozze. Ambizioso, Piscitelli si muoveva tra gli ultras della curva e gli estremisti di destra e gli albanesi di Elvis Demce. Calcio, droga, denaro. Poi il legame con il suo “mentore” si spezza e lui lo dice chiaro, in una chat di WhatsApp, proprio con Daniele Caroccia, parente di Mauro. Vuole riscuotere un debito e vuole farlo subito, perché «ho saputo che giri con quella merda di Angelo Senese che prima ti ha fatto di tutto e ora ci vai in giro». Diabolik non versa più al capo indiscusso i proventi dello spaccio, vuole diventare «re» di una piazza, vuole gestire lui i suoi affari. Il 7 agosto 2019 viene ammazzato con un colpo sparato alla testa mentre era seduto su una panchina al parco degli Acquedotti. Nel suo cellulare restano le tracce di quelle alleanze, di quei legami così cari al clan Senese.
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