Non so voi, ma da lettore io ricordo con un misto di nostalgia, affetto, riconoscenza ed emozione le lunghe estati della mia infanzia e adolescenza: quei tre mesi di vacanze scolastiche in cui ci si poteva dedicare per interi pomeriggi o anche per intere giornate alla scoperta di quei libri che non ci erano stati imposti dall’insegnante di turno ma che sceglievamo in base ai nostri gusti, talvolta su suggerimento di qualche amico o adulto, talaltra in virtù del fatto che eravamo rimasti colpiti dal titolo o dalla copertina, oppure semplicemente per sfuggire alla noia. E dunque, in rigoroso disordine, ecco dopo le estati dedicate a Salgari e Dumas e Twain e Molnar e Verne quella in cui scoprimmo, grazie ai film, anche i libri di Villaggio con le divertentissime disavventure di Fantozzi; e poi quella in cui ci ritrovammo a commuoverci vagabondando per Londra con Oliver Twist e gli altri personaggi di Dickens; e quindi a vagare per San Pietroburgo insieme con quelli di Dostoevskij, o tra fiordi e boschi con gli antieroi di Hamsun, e così via.
Fino all’estate in cui c’imbattemmo in una scrittrice assai amata da una delle nostre zie, una certa Agatha Christie, di cui non avevamo ancora visto la trasposizione cinematografica di Assassinio sull’Orient Express o di Assassinio sul Nilo, e non sapevamo nient’altro se non che si trattava di un’autrice di gialli, tra cui quelli che avevano come protagonista un investigatore belga, tale Hercules Poirot, che sul grande schermo e in seguito sul piccolo avrebbe avuto le sembianze di Peter Ustinov.
Ebbene: l’estate in cui scoprimmo Agatha Christie resta tra quelle indimenticabili, perché si trattò di tre mesi bellissimi. Per quanto mi riguarda fu letteralmente un colpo di fulmine: per puro caso iniziai a leggerla a partire da L’assassinio di Roger Ackroyd, che ancora oggi resta forse il mio preferito tra i romanzi della grande scrittrice britannica. Ogni volta che a distanza di anni l’ho riletto, preda dei falsi indizi disseminati lungo la trama geniale del libro, continuavo a non capire chi fosse il colpevole se non alla fine. E ho perso il conto della volte che ho visto e rivisto le due pellicole citate sopra.
Sia come sia: di Agatha Christie ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario dalla scomparsa, avvenuta a Winterbrook il 12 gennao 1976. In realtà, oltre ai gialli – tra i quali vanno naturalmente ricordati anche quelli con Miss Marple – l’autrice di Se morisse mio marito e di Perché non l’hanno chiesto a Evans? scrisse altresì romanzi rosa e opere teatrali, a cominciare da Trappola per topi. Nata a Torquai nel Devon nel 1890, rimase orfana di padre ad appena 11 anni, cosa che segnò la fine di un’infanzia che amava raccontare come felice, nella quale era cominciato il suo amore per la lettura. Di lei si è tornato a parlare di recente, quando è purtroppo balzato all’onore delle cronache il caso della censura cui sono stati sottoposti i suoi libri da parte del suo editore inglese, così da non urtare la cosiddetta nuova sensibilità. Dai romanzi della Christie sono state eliminate svariate parole usate per caratterizzare questo o quel personaggio, tra cui ovviamente “negro” (ma anche “nero”), “ebreo”, “zingaro”. Ma non solo: è anche stato censurato l’aggettivo “orientale”, mentre la parola “nativi” (che fino a ieri era accettata, anzi suggerita, se non imposta così da tenersi alla larga da sostantivi ritenuti offensivi come “indiani” – frutto del noto “misunderstatement” di Cristoforo Colombo – o “pellerossa”) è stata bocciata, e sostituita con l’espressione “del luogo”. E sarebbe interessante capire perché mai qualcuno si dovrebbe offendere qualora leggesse la parola “nativi”, o si sentisse dire una frase tipo «Ah, e tu sei nativo di Milano?».

Sta di fatto che grazie al woke e alla sua deriva a colpi di cancel culture Agatha Christie – già ingiustamente snobbata da molti perché considerata una scrittrice di genere, destino crudele che l’ha accomunata a tanti eminenti colleghi, da Raymond Chandler a Mickey Spillane – è stata definita senza se e senza ma “razzista”: d’altronde il titolo originale di Dieci piccoli indiani era Ten little niggers, e l’isola in cui si svolge la vicenda si chiamava Nigger Island. Come sempre accade in questi casi, non si è tenuto conto del contesto e si è emessa l’inappellabile sentenza di condanna giudicando con gli occhi di oggi una scrittrice che mettendo in scena determinati tipi umani non ha fatto altro che restituirci lo sguardo che aveva la sua classe sociale nel suo tempo: un tempo in cui come sappiamo erano intrise di razzismo anche di Stato le nazioni democratiche che si battevano contro la Germania nazista (e che razziste sarebbero rimaste dopo la sua sconfitta: la guerra era finita da un decennio quando Rosa Parks si rifiutò di cedere il proprio posto su un autobus a un bianco).
Per tacere del fatto che il succitato Hercules Poirot è a tutti gli effetti un profugo belga rifugiatosi in Inghilterra con lo scoppio della Grande Guerra, e che in quanto tale viene spesso guardato con altezzoso disprezzo dagli inglesi con cui si trova ad avere a che fare nel corso delle sue indagini.
Ma si tratta di sottigliezze a cui l’Inquisizione woke non dà alcun peso. I romanzi di Agatha Christie vanno rivisti e corretti cancellando qualsiasi sfumatura contraria al politicamente corretto. Con il risultato – paradossale, se ci pensate – che una volta emendati in base alle nuove regole instaurate allo scopo di non urtare la nuova sensibilità, restituiranno un mondo in cui il razzismo non c’era. Ovvero, un mondo che non è mai esistito.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it








