E dire che questa 61ª Biennale d’Arte di Venezia era stata ideata per restare lontana dalle inutili grida del mondo, nel recupero di bisogni ancestrali In chiave minore, inteso come in tono minore, tanto per chiamare in causa il titolo della mostra. Invece le polemiche sono cresciute. Tutto parte dalla dichiarazione netta senza se e senza ma del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di accogliere la partecipazione della Federazione Russa all’esposizione definendola uno «spazio di tregua» nonostante le contrarietà del governo, appoggiato nella protesta dai parlamentari di diversi schieramenti che in una dura lettera hanno chiesto il passo indietro.
Ieri la presentazione al ministero della Cultura del Padiglione Italia dal ministero stesso foraggiato con 800mila euro per significare l’attenzione all’arte contemporanea di casa. Ecco i saluti cordiali del ministro Giuli collegato in remoto, dunque la stilettata: «Come ministro della Cultura ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui si dissente rispetto a quella autocrazia. Quando è scelta dai vertici di uno stato aristocratico non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica: quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che da oltre quattro anni ne hanno invaso i confini, le case, la libertà». L’impassibile Buttafuoco, che da presidente della Biennale la libertà di scelta ha esercitato, non tarda a rispondere a modo suo, facendo brillare la mina a freddo nella speranza di renderla innocua: «Ringrazio il ministro per aver sottolineato questa diversità di posizioni dettata dalle regole, dalle procedure e dalle leggi, persino quelle internazionali, perché conclama l’autonomia di un’istituzione che da 130 anni, in una città speciale come Venezia, costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono ancora una volta fuori dall’ingresso della Biennale».
Pace fatta, invece no, il governo di Kiev non torna indietro sulle sue posizioni avvertendo che Mosca usa la cultura come strumento politico, oltre ai ministri degli Esteri e della Cultura europei che hanno inviato al cda della Biennale una lunga lista di firme a corredo della lettera di protesta per questa partecipazione giudicata inopportuna. E persino il collettivo femminista Pussy Riot annuncia proteste. A rimetterci naturalmente è l’arte che soccombe davanti alle polemiche.
La mostra Con te Con tutto del Padiglione Italia presentata ieri si iscrive ad essere una progettualità coerente con quello che si andrà a vedere in Biennale. Cecilia Canziani curatrice e Chiara Camoni, artista, insieme creano un percorso interamente al femminile che porta la capacità di guardare al mondo attraverso un lavoro innovativo di consapevolezza antica in un dialogo continuo tra materia di scarti industriali, terracotta e un’indicazione di materiali del mondo animale, sacro e pre-esistente, corpi in metamorfosi che si servono di conchiglie e pietre argilla e rifiuti per un dialogo che tiene conto del vento mediterraneo attraverso le culture dell’Africa con le quali intensificare i rapporti. Una festa più che una chiamata al raduno, apertura verso l’altro inteso come essere umano ma anche altro da sé.
Una istallazione unica nelle due Tese del Padiglione Italia all’Arsenale: la prima, delle Vergini offre il bosco, la seconda in piena luce si presenta come un mondo in costruziome composto di elememti maturali e oggetti riciclati. Ne esce un’emozione corale fatta in casa e in giardino in cui passano, collaborando, amici, vicini, figli, scolaresche. Tante persone chiamate per affetti, vicinanze arricchite dalle commissioni di Anna Maria Aimone e la sua danza e da Alice Rohrwacher con Che cosa resta, all’interno della seconda Tesa, rielabora diversi di estratti filmici inediti.
È il tanto evocato In chiave minore, titolo e spirito guida di questa Biennale d’Arte allestita tra i Giardini e l’Arsenale, con estensioni fino al Forte Marghera di Mestre, che si consumerà in circostanze senza precedenti: per la prima volta “in absentia”. Volendo essere prosaici, si potrebbe dire, in assenza della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa un anno dopo la designazione, in assenza del Leone d’oro alla carriera che la curatrice non ha fatto in tempo a definire e in assenza di artisti italiani tra i 111 chiamati alla Biennale provenienti da geografie diverse proprio per creare una convergenza geografica ampliata. A spegnere il quest’ultima polemica ci ha pensato ancora Buttafuoco ricordando che la curatrice aveva in animo di incontrare artisti italiani nel tour tra La Scala di Milano, il San Carlo di Napoli e il Massimo di Palermo. Ma a scombinare i piani è intervenuta prima la morte. Certo poi il suo gruppo di lavoro chiamato a sostituirla non ha ritenuto di dare seguito al proposito.
In questa edizione, Russia compresa, ci saranno 99 partecipazioni nazionali, per 7 si tratta della prima volta, e 31 eventi collaterali. Israele sarà ospitato in uno spazio della Biennale all’Arsenale, e ci saranno altre nazioni in guerra come Stati Uniti e Iran, anche se dipenderà dall’andamento del conflitto. In ogni caso, il presidente Buttafuoco non ha dubbi sul risultato: «Ci aspettiamo la bellezza, un atto poetico che ci accompagni al futuro, l’arte che va dritta al punto e ci porti verso il domani». Al centro di tutto ci saranno secondo il progetto il recupero dei valori umani, la sacralità, la spiritualità, le radici. Rallentare il passo, tonalità minori, le armonie di chi ripara ferite e mondi musicali fuggitivi. Una mostra fondata sulla profonda fiducia negli artisti che promuovono il concetto di coesione e di dissonanza per un’esperienza espositiva più sensoriale che didattica, capace di sintonizzarsi con i cambiamenti profondi. Non una litania di commenti sulla crisi mondiale, ma una riconnessione alla verità. Artisti, performer, filmmaker, ascoltarli è il cuore della mostra perché sono pratiche di creativi che accolgono la vita e la società per costruire il significato attraverso il vissuto. Ne nascerà un intreccio espositivo organizzato per priorità che scorrono sottotraccia e non per sessioni, ispirata da due riferimenti letterari, Altissima di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Fili conduttori del viaggio intergenerazionale in simultaneità di simboli. Il centro di gravità permanente resterà Koyo e la sua cura nel ritrovarsi nelle relazioni con gli altri.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






