Bob Sinclar non si ferma mai. Nemmeno per un secondo. E per la prossima primavera è già pronto un nuovo singolo: I Can’t Wait, rivisitazione accelerata a 126 bpm dell’iconica hit del 1986 dei Nu Shooz. Il dj e produttore francese continua a muoversi in quella zona creativa dove le super hit del passato vengono rilette, rianimate e adattate al presente.
Dica la verità, la sua musica nasce dal loop perfetto?
«Per me tutto parte da Dj Kool Herc e Grandmaster Flash. Sono stati loro a mostrare la bellezza della ripetitività, del drum break che non finisce mai. Nei miei primi party ho iniziato proprio così: riciclando la musica che mi aveva ispirato negli Anni Ottanta. Quando ho ripreso I Can’t Wait ho cambiato la struttura, l’ho velocizzata da 100 a 126 bpm e, quando ho estratto il pezzo “a cappella” originale, mi ha ricordato un brano intitolato Stardust, soprattutto quel “ooh baby, the music sounds better with you” e da lì è nata l’idea: perché non farne una versione disco? Però ci ho messo otto mesi per convincermi».
E chi, o cosa, alla fine è riuscita a convincerla?
«A gennaio ero al telefono con mio figlio di 25 anni e mi ha detto: “Papà, finiscila di perdere tempo con pezzi inediti: io e i miei amici vogliamo sentirti rifare i classici del passato”. Ho provato a campionare quello che mi piaceva in quel momento e funzionava benissimo. La nuova versione di I can’t wait era pronta».

Per ricantare la parte vocale ha chiamato Kiesza.
«Tre anni fa ero stato a Toronto per lavorare con Kiesza, abbiamo provato un po’ di pezzi, cose che pensavo fossero giuste per lei, ma non funzionò. Quando però le ho mandato la nuova versione di I Can’t Wait ha detto subito sì: era innamorata dell’originale. L’abbiamo provata e come potete sentire gira che è una meraviglia. La musica si rigenera: tutto può ri-diventare una hit».
Parla spesso dell’effetto nostalgia e di come i giovani vivano le hit del passato come scoperte nuove. Successe anche a lei quando era un ragazzo?
«Quando andavo nei club, tra il 1988 e il 1989, non sapevo che It Takes Two di Rob Base e DJ E-Z Rock, uscita nell’agosto ’88, fosse un brano hip-hop/house fondamentale basato su un campionamento di Think (About It) di Lyn Collins del 1972. Mi crede se le dico che quando ho rifatto A far l’amore comincia tu di Raffaella Carrà, non immaginavo che lei (e lo dico con tutto il rispetto) fosse così famosa. Per me quella era solo una canzone fortissima. Addirittura qualcuno mi sconsigliò dicendo che rifare un pezzo della Carrà era come campionare la hit di una vecchia cantante francese. Le canzoni rivivono e gli artisti che le hanno scritte risorgono. Io ho riportato in auge Stevie Wonder, Sugarhill Gang, Manu Chao. Ogni giorno sulle piattaforme escono 130 mila brani al giorno e poi c’è l’Ai. Continuo per la mia strada, rivisitare il passato e renderlo moderno».


Sta per arrivare l’estate e porterà (anche) I can’t wait in giro per il mondo.
«Girare è indispensabile: prima crei la musica, poi devi incontrare la gente. In Italia sarò ai Giardini dell’Eden a Roma, al Twiga di Forte dei Marmi, al One di Torino, al Dolcevita Salerno, al Tenax a Firenze e non posso mancare al Phi Beach in Sardegna e in Puglia».
È sempre convinto che gli smartphone debbano essere vietati nei club? Ricordiamo la sua polemica del 2024: allora si sfogò sui social perché i ragazzi venivano in discoteca a filmarla invece di ballare.
«Non capisco perché la gente arrivi sul palco di fianco al dj e filmi per tutto il tempo invece di ballare. Ok fare una foto, fissare il momento con gli amici ma poi basta. Spesso non c’è niente da filmare. Sei lì per ballare, non per passare due ore con il telefono puntato sul dj».
Un suo sguardo sull’attuale scena disco. Ci sono ancora super dj con cachet impressionanti, ma sono sempre di meno.
«Le realtà sono diverse: c’è chi fa show giganteschi, come David Guetta che ormai non suona più nei club e poi ci sono mode che gonfiano i cachet. I social hanno reso tutto visivo: più sei di moda, più alzi le tue richieste. Al Nikki Beach, o al Pacha di Ibiza ormai ci sono più tavoli che piste da ballo. È una bolla ma io non alzo i prezzi, continuo a stare nei club perché la mia cultura è lì. Non voglio fare show, non voglio creare qualcosa che la gente guarda, voglio che ascoltino».

La sua serata “Debosh” è diventata virale oltre che seguitissima.
«Il nome viene dal francese “débauche” che sta per eccesso. I miei fan hanno cominciato a usarlo ovunque, soprattutto in Europa dell’Est e in Russia, per indicare i miei set più scatenati».
L’Italia è diventata la sua seconda patria, si sente di voler ringraziare qualcuno?
«Tutti, dalle radio ai fan: da Love Generation in avanti mi avete sempre amato e sostenuto. L’Italia è la mia seconda casa e poi un pensiero personale: amo Firenze, amo la Toscana, la bellezza dei paesaggi, della gente e la mia cara amica Isa B.»
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