Bosnia-Italia, appuntamento per due

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Stavolta sarà bene non portare il Paese sulle spalle, sensazione provata da Gattuso nella partita contro l’Irlanda del Nord: l’accesso ai Mondiali si gioca in casa della Bosnia e sarebbe pericoloso mettere il confronto su quel piano con una popolazione che si identifica nella nazionale e lì trova più di una rappresentanza, vede una fotografia. L’unica che somiglia alle loro facce, e ricalca la loro storia.

Sarajevo aspetta più la Bosnia degli azzurri. Ha da poco festeggiato il trentennale della fine della guerra e ricorda l’effervescenza dell’estate del 2014, quando si è qualificata per la prima volta a una Coppa del mondo e si è vista realizzata, compiuta, consegnata a una nuova generazione. Gli strascichi del conflitto nei Balcani si sentono ancora oggi, non solo nelle tracce che giustamente si conservano per tramandare memoria, come le rose di sangue sull’asfalto nella strage del mercato, ma nella ripresa lenta, nella politica che ancora fa i conti con la spartizione. Incastrati in strutture ricevute dai trattati di Dayton dove si è fissata la tregua: tre presidenti che svolgono una sola funzione e ruotano nell’incarico. Uno differente ogni 18 mesi, per garantire la presenza di tutte le comunità e così replicato in ogni istituzione, ufficio pubblico a scendere fino alla gestione della burocrazia. Targhe depurate dal passato per non creare fastidi, persino nei nomi di scuole e squadre locali, ma non nella nazionale che esiste solo dall’indipendenza e ha trovato il modo di essere unita e unica.

(reuters)

Anche il calcio qui è nato diviso per tre, poi Fifa e Uefa hanno mediato, hanno avvertito che senza una singola federazione non ci sarebbe stato spazio nei grandi tornei e la nazionale bosniaca si è fatta, lentamente, convincere. Adesso è un totem. Più che una bandiera, la prova di tante parole scritte da tutte le parti. Anche nell’incisione della biblioteca di stato. Sta nel palazzo del municipio il Vijećnica bruciato all’inizio dell’assedio nel 1992, ricostruito come segno di rinascita, fin dai concerti tra le macerie e poi inaugurato completamente ristrutturato nel 2014, coincidenze: la stessa estate del Mondiale. Lì si legge: «Non siamo serbi o croati o musulmani, siamo la Bosnia e quindi serbi e croati e musulmani insieme». Il principio c’è, vale, però solo il calcio se lo porta addosso senza fragilità. Una maglia poco visibile ultimamente e ora uscita nelle strade della città vecchia, stesa sui tavoli degli specialty coffee, autoproclamati oasi urbana per andarsi a prendere un po’ dinamismo, arte di vivere da opporre alla «radastalgia», nostalgia del lavoro impostato dagli schemi socialisti. Zenica, la città del distretto industriale in disgrazia dove si gioca Bosnia-Italia ne è un perfetto esempio. Ma Sarajevo vuole puntare altrove.


Ci si muove dai posti brulicanti di energia, dal piccolo fast food Veganer che sforna wrap di ceci ripieni di verdure e dove i ragazzi dietro al bancone vedranno la partita, tra i cavolfiori che pendono dal soffitto. Avevano tra i 10 e i 12 anni quando la Bosnia è andata in Brasile: «Eravamo solo contenti, non è che capissimo la differenza. Era semplicemente bello, si stava in giro, era vivace. Poi si è spenta la luce e per anni abbiamo visto sta squadra noiosa, inutile, ci siamo incupiti anche noi. Riprendiamo a crederci perché i giocatori sono giovani quanto la Bosnia, fresca e con tanta voglia di farsi notare». Gol di Dzeko, a 40 anni, nella sfida contro il Galles, ma lui ha senso e ce lo spiegano tra gli sgabelli di Kawa, dove J. , che lavora lì, chiama la partita, «passaggio di testimone, sarebbe una favola, Dzeko c’era dodici anni fa, sarebbe una favola vederlo in America, è un ponte. I nuovi nomi sono pronti a diventare modello per adolescenti che hanno un disperato bisogno di punti di riferimento». Deve essere per questo che gli scatti dell’uscita popolare al Kult Lounge bar, a orari più che rispettabile, di Alajbegovic (18 anni, ha realizzato l’ultimo rigore a Cardiff), Bajaktarevic (21 anni, un simil Robben che esalta il pubblico) e Muharemovic (23 anni, siamo abituati a vederlo nel Sassuolo) hanno creato un’ulteriore onda di partecipazione. Nei giorni più carichi di emozioni sono stati in mezzo alla gente, a scambiare energia.

Le ultime 48 ore si fanno intense e pure la Bosnia cambia piani e sposta la rifinitura dalla stadio centrale, il Ferhatovic Hase, al Butmir in zona aeroporto, al riparo dalle attese giganti. Per le vie di Sarajevo il ct Barbarez è più un leader che un allenatore, lui ama alzare i toni e spostare l’attenzione, ma ha creduto in talenti senza esperienza e oggi è «l’uomo della rinascita». A capo della federazione c’è Vico Zeljovic, personaggio controverso, con parentele filorusse e accuse di corruzione. Lui però è politica e la nazionale viene guardata da altre prospettive, dal basso, dal campo, dal livello abitato da chi insegue coesione. L’Italia è un faccia a faccia che amplifica il livello e quindi l’orgoglio di vedersela con degli stimati amici.

Certi profili social, di entrambi i Paesi, possono fare quello che vogliono per agitare reazioni truci con i video della reazioni di qualche azzurro al risultato di Galles-Bosnia. Qui il legame con l’Italia non soffre le provocazioni. Dentro il Vijećnica risorto c’è un’ala dedicata al progetto Ars Aevi, anagramma rimontato della Sarajevo uscita dall’assedio e celebrata dall’arte contemporanea in un programma trainato dalla Biennale di Venezia, zeppo di omaggi di nostri artisti. C’è il ponte regalato da Renzo Piano. C’è Casa Italia e pure l’oro di Paoletta Magoni dentro il museo olimpico che ricostruisce Sarajevo 1984, ancora Jugoslavia, già aperta prima della caduta del muro e poi devastata dal conflitto. Soprattutto c’è, sempre, lo striscione «Grazie Italia». Era appeso nello stesso stadio che ha ospitato la cerimonia di apertura dei Giochi a Bosnia-Italia del 1996, primo successo. Siamo stati la prima squadra a venire da loro a pace appena firmata. Certe relazioni resistono e lo faranno anche dopo questa sfida che per entrambi significa felicità contagiosa, per motivi così tanto diversi. Noi non possiamo portarli sulle spalle. Giocarcela così sarebbe impossibile.

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