Bufera bandiere, un’apertura col bilancino che crea solo confusione

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CORTINA. E sclusi sì o esclusi no? Ni. Bandiera e inno sì o bandiera e inno no? Ni. Dotato di bilancino fuori dal tempo il comitato paralimpico internazionale mette nero su bianco la prima apertura nei confronti di atleti russi e bielorussi e così alle Paralimpiadi di Milano-Cortina (6-15 marzo) un risicato ma significativo numero di loro sarà in gara: 6 russi e 4 bielorussi. Perché così pochi? Perché sono quelli ammessi dalle federazioni della neve diversamente da quelle che rappresentano il ghiaccio ferme al niet.

Quindi inno e bandiera per il ristretto manipolo di eroi che riproveranno l’emozione assente dai Giochi di Rio 2016: un doppio bando. Per il doping di stato subito, per l’invasione dell’Ucraina poi. La decisione sa di ipocrisia, aprire con il misurino non ha senso se non quello di spaccare ulteriormente lo sport. Decidono le federazioni e questo dà loro però un potere arbitrario senza limiti: l’atletica, all’avanguardia nella lotta al doping, ha sempre usato il pugno di ferro. Altre federazioni (tennis per esempio) hanno la mano più morbida: sì agli atleti, no a bandiera e inno.

E poi ancora: il Cio no e Ipc sì, qual è il senso? Noi non lo capiamo. Che cosa è cambiato nel conflitto rispetto a quando è entrato in vigore il bando? Nulla. È stata rispettata la tregua olimpica chiesta da molti capi di Stato, il Papa compreso? No. E quindi ci sfugge il senso di questa apertura, in più a spizzichi e bocconi. Non è l’unica guerra nel mondo e allora visto che non si possono sanzionare tutti i paesi coinvolti si prende il problema dall’altro capo del filo: è un’apertura stonata e non è certo colpa degli atleti, ma ci saremmo aspettati una decisione univoca.

Le Paralimpiadi sono un mondo a parte perché hanno i loro comitati nazionali e il loro comitato internazionale, ma finisce qui la diversità. Ecco, usarle come un laboratorio ci sembra più un torto che un passo in avanti rispetto a una normalità difficile da raggiungere per tentativi. Cio e Cpi avrebbero anche cercato un dialogo, ma le federazioni hanno il potere di andare per la propria strada che, però ci porta lontano da una risoluzione definitiva di un conflitto. Non quello sul fronte ucraino, ma quello che divide lo sport da troppo tempo per non giungere a una soluzione senza ambiguità.


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