Travesti è la fessura originaria, la lacerazione primigenia attraverso la quale Mircea Cărtărescu comincia a incubare il suo cosmo narrativo. Un libro-portale: il pianeta-Cărtărescu germina a partire da qui, dalla colonia di Budila dove il diciassettenne Victor soggiorna – e dove vive, o subisce, la sua iniziazione, – nell’agosto del 1973, soggiogato dal terribile mostro della solitudine, inghiottito dal gorgo dell’adolescenza e in preda alla vertigine ancor più insostenibile (soprattutto perché enigmatica) di sentirsi diverso dagli altri, ma soprattutto di sentirsi diverso da sé stesso.
Che cosa fa Victor a Budila? Prima di tutto soffre. Travesti è un romanzo di una tristezza talvolta opprimente, emana male, violenza, sporcizia, sudiciume e solitudine. E Victor, emblema di questa tristezza, soffre. Ma non si limita a soffrire. Sarebbe troppo facile, troppo risolutivo, e in questo libro non c’è alcuna risoluzione – come potrebbe esserci risoluzione in un libro-seme, in un libro-portale? E così Victor osserva e sogna, (e con lui, naturalmente, Mircea) e il confine tra i suoi sogni (le sue allucinazioni), e la realtà, non è neppure labile, bensì, molto spesso, inesistente; non c’è alcuna differenza fisica e sostanziale tra il presunto sogno e la presunta realtà – che cos’è la realtà? Tutto il pianeta-Cărtărescu prolifera nel tentativo di non trovare una risposta a questa domanda, anche perché una risposta non c’è – non può esserci.
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Victor a Budila, così come Cărtărescu nello studio di casa sua, smaniano di decifrare l’enigma dell’io, di cartografare il labirinto cerebrale per trovare l’uscita verso un’altra dimensione della coscienza: dissodano il trauma, la memoria, i sogni, alla ricerca di un Libro definitivo che sia mappa e sigillo di quel mondo altro. Victor scrive “SPARISCI” sullo specchio per esorcizzare il suo doppio, quella figura riflessa che minaccia di inghiottirlo.
Bevo un sorso di Coca zero e mi preparo ad affrontare Lulu, l’oggetto transizionale del trauma e dell’epifania, piccolo demone domestico e gigantesco enigma, custode e rovello, angelo e spettro, presenza che serpeggia tra le pieghe dell’adolescenza di Victor come un ago che vibra, come un’ellisse che non chiude mai il suo percorso. Mi appresto dunque a esplorare l’epicentro del romanzo, il ventre pulsante di Travesti, in cui Victor impara che la vita è simultaneamente terribile e meravigliosa, sporca e luminosa, che il trauma non si limita a ferire ma a deformare e generare, che ogni individuo è un pullulare di possibilità, e che l’incontro con Lulu è il primo atto di una catabasi che non finirà mai del tutto.

Poi una cimice. Il suo ronzio grasso, rasposo, mi gela come al solito. Sono paralizzato. Nel riconoscere che una cimice su una statuetta a casa mia possa diventare un buco nero che risucchia l’io, ritrovo Victor a Budila, trovo il suo sogno, l’incontro con Lulu che squarcia il velo del reale e gli consente il primo vero affaccio sull’abisso del trauma. Lulu è il varco: attraverso di lui Victor apprende, sperimenta, subisce, sogna, si frammenta e si ricompone; il suo corpo, i suoi occhi, il suo linguaggio – a volte balbettio, a volte ruggito silenzioso – aprono spiragli nel labirinto di percezioni e percezioni dentro percezioni, in cui il reale e l’onirico si contaminano senza sosta.
E poi, naturalmente, c’è la scrittura. Del resto proprio io, Gian Marco Griffi, liberato dal tremendo fardello della paura, sto scrivendo dello scrivere in una stanza dalle pareti azzurrine, con un gatto che mi fissa accovacciato su un grosso cuscino arancione: scrive Cărtărescu, scrive Victor-adulto, benché la sua scrittura sia infiacchita. Come molti di noi, il Victor-adolescente tenta di dare un senso e una forma alla propria malinconia tramite quell’oggetto dodecaedrico e peloso che è la letteratura: la letteratura prende il posto della vita, e la vita è, per esempio, una poesia di John Donne su due innamorati che si stendono tra i fiori e intrecciano le dita e le anime «per procreare incessantemente».
Victor-adulto, chiuso nella villa di Cumpătu, tenta di esorcizzare la chimera, l’ascesso putrescente del ricordo di Lulu, attraverso la scrittura. Probabilmente Travesti parla proprio della scrittura come unica, tragica forma di verità. È il tentativo di dare un ordine narrativo al marasma della ferita, di trasformare l’orrore in linguaggio, la vergogna in bellezza corrosa. Questa è la chiave: corpo e lingua si scrivono l’un l’altro fino a diventare la stessa cosa; è in questo incrocio di corpo e parola che la forma si fa terapia e la terapia diventa forma. La scrittura diventa un atto di autopsia e di resurrezione. Ogni zolla, nel pianeta-Cărtărescu, è l’effigie di una realtà immaginaria, come in una mappa allucinata, e le ultime pagine di Travesti sono un’esplosione di corpo e linguaggio. «Mi sono scoppiati improvvisamente il cervello, il cuore, il sesso! Sono ridotto a brandelli!» urla Victor. Ma proprio da questo sfaldamento nasce una paradossale guarigione.
Anch’io mi sento mostruoso e sanato. Non ci si può sentire diversamente leggendo questo romanzo. Mentre lo leggo mi pare di comprendere il senso più profondo del titolo: Travesti non allude tanto al travestitismo sessuale, quanto a un travestimento metafisico dell’essere. L’io è per sua natura un travestimento, una maschera che nasconde un’altra maschera, e allora si comprende la ragione per cui, per Victor (e naturalmente per Cărtărescu) la vera Uscita non è attraverso l’amore per un altro, ma attraverso un amplesso con sé stessi, un essere «maschio e femmina allo stesso tempo», nella solitudine iper-lucida del palazzo cerebrale.
Il vero ingresso non è una vulva, sostiene Victor (cioè Cărtărescu) in uno dei passi più allucinati del romanzo, ma il vero sesso che si trova al centro del cervello, nel cuore del labirinto della propria coscienza, e mentre scrivo la parola coscienza e mentre chiudo il libro per l’ultima volta mi sento di essere sceso nell’abisso del mio trauma, e ora anch’io ricordo, anch’io so.
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