Che cosa manca per la vera parità

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L’8 marzo è una buona occasione per fare il punto su quanto si stia progredendo in Italia in direzione del raggiungimento dell’obiettivo 5 di sviluppo sostenibile, la parità di genere. I dati disponibili non offrono molti elementi che indichino che siamo sulla strada giusta, e con la velocità adeguata, per raggiungerlo. Nonostante ci sia per la prima volta una presidente del consiglio donna e una segretaria del maggior partito di opposizione donna, il settore della politica è tra quelli in cui la parità è sempre molto lontana. Le donne sono solo il 30,3% alla Camera e il 36,1% al senato. Nell’esecutivo, contando anche quelle che non sono parlamentari, sono solo il 30% e, a parte la presidente del Consiglio, nessuna di loro è alla testa di Ministeri di peso. Del resto, è proprio il partito della presidente del consiglio ad avere meno donne in parlamento e in altre posizioni nell’esecutivo.

Non vanno molto meglio le cose a livello locale. Le presidenti di Regione attualmente sono solo tre, e nessuna di una delle regioni più popolose, anche se è un po’ aumentato il numero di donne elette nei consigli regionali, ma sempre molto lontane dalla parità. Per quanto riguarda l’occupazione, negli ultimi dieci anni c’è stato sicuramente un aumento, passando dal 50,5% al 57,4%. Include tuttavia anche molto lavoro precario e/o a part time, spesso involontario. Rimane ampio, attorno al 25%, il divario con gli uomini ed anche quello tra le donne con figli e senza figli, segnalando, insieme alla persistenza di una divisione del lavoro di cura asimmetrica tra uomini e donne in famiglia, l’insufficienza delle misure di conciliazione tra lavoro remunerato e famiglia. Una insufficienza che colpisce soprattutto le donne dei ceti economicamente più modesti e che è drammatica nelle regioni meridionali. L’istruzione continua a dimostrarsi cruciale per le donne non solo, come è ovvio, rispetto all’occupazione cui possono aspirare, ma anche rispetto alla possibilità di rimanere nel mercato del lavoro anche quando hanno figli. Ma non le protegge dai divari salariali rispetto ai colleghi, che anzi, specie nel settore privato, sono più ampi proprio nelle posizioni più qualificate. Nonostante siano mediamente più istruite degli uomini, inoltre, le donne che lavorano sono scarsamente rappresentate nelle posizioni apicali e invece marcatamente concentrate nelle categorie meno qualificate della classificazione professionale.

La distribuzione dell’occupazione per gruppi professionali mostra che in Italia la componente femminile è minoritaria, rispetto alla media europea, proprio nei tre gruppi delle professioni più qualificate: la quota delle dirigenti è del 38% in meno, quella delle professioni intellettuali e quella delle professioni tecniche rispettivamente del 24% e del 5% in meno. Solo per quanto riguarda la presenza di donne nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa (ma quasi mai nelle posizioni più importanti dal punto di vista decisionale) l’introduzione della legge Golfo-Mosca ha portato l’Italia, con il 18,9%, tra i paesi più virtuosi, anche se ancora lontano dalla parità. È una legge che non piace alla presidente del consiglio, che evidentemente non ne coglie la funzione anti-monopolistica, di scardinamento della quota blu che tuttora è largamente prevalente quando si tratta di posizioni di potere, in tutti i campi. Continuano a persistere stereotipi di genere su ciò che è adatto a una donna (o a un uomo), più resistenti che altrove. Ne è un esempio la scarsità, anche se in lenta riduzione, di donne nelle qualifiche e professioni STEM e di converso di uomini nelle professioni sociali e di cura non sanitaria. Ma riguardano anche altri aspetti, come la divisione del lavoro familiare, la libertà sessuale femminile, la gerarchia di potere in una coppia. Diverse indagini documentano che continuano ad essere condivisi da una minoranza significativa, più di uomini che di donne, anche tra i più giovani.

Per questo è importante lavorare, con l’educazione, il linguaggio, ma anche la forma che si dà alle leggi e alle misure di politiche sociali, per decostruire gli stereotipi e favorire relazioni e opportunità più paritarie. Da questo punto di vista, segnalo due decisioni problematiche da parte dell’attuale maggioranza di governo. Una riguarda il decreto di recepimento della Direttiva Ue sulla trasparenza salariale, che esclude dagli obblighi le imprese sotto i 100 dipendenti, ovvero la maggioranza delle aziende italiane, e riduce molto il sistema di controlli e sanzioni rispetto a quanto richiesto dall’Europa. Il rischio molto concreto è d lasciare le cose come stanno. La seconda decisione riguarda la bocciatura senza alternative della proposta di legge sul congedo paritario che avrebbe riconosciuto anche ai padri il diritto-dovere di prendersi del tempo per accudire i figli piccoli. Perché ci sia vera parità, occorre anche riconoscere il valore della cura e la capacità e diritto degli uomini, in questo caso dei padri, di prestarla analogamente alle madri.

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