La risposta speculare – opposta ma simmetrica, contraria ma uguale – alla canzone Per sempre sì di Sal Da Vinci è arrivata sottoforma di serie Netflix. Something Very Bad is Going to Happen – prodotta dai fratelli Duffer, quelli di Stranger Things – promette di stupire sin dal massimalismo del suo lunghissimo titolo. È una miniserie horror incentrata sulle disavventure terrificanti di una coppia di giovincelli nella settimana che precede il loro matrimonio. Ora, l’unica legge da tenere in considerazione quando si ha a che fare con un horror è quella dello Squalo di Steven Spielberg: la pinna fa più paura dello squalo. Ciò si può tradurre numericamente in due ottavi. In otto puntate complessive solo le prime due faranno paura. Ed è quello che accade anche stavolta, coi promessi sposi che scelgono come sede del matrimonio la casa dei genitori di lui, in uno chalet che è la rivisitazione di un castello gotico alla Ann Radcliffe (una delle tante, troppe citazioni che ammorbano la serie, vero e proprio pasticcio di crossover – curse horror, gore, mystery, thriller psicologico – ma alcuni diranno «pastiche»). La tensione regge finché la pinna non cede il passo allo squalo, ovvero finché gli sviluppi non sono chiari e tutto ci appare ancora sospeso, possibile, e quindi degno della nostra sospensione dell’incredulità. I trucchi del genere sono iper decodificati: non c’è niente che funzioni più di una porta cigolante che sbatte nel cuore della notte. Il minutaggio però è implacabile e condanna a morte questa grammatica elementare quanto infallibile, motivo per cui è pacifico che l’horror tout court non si sposi bene (verbo non casuale) alla serialità.

Dei due novelli sposi, la focalizzazione è più su Rachel (una bravissima Camila Morrone) che è piena di tatuaggi, beve, fuma spinelli e dice le parolacce: dubbi su chi alla fine metterà in discussione il vincolo matrimoniale? La cosa più debole è quando l’horror cede il campo alla schermaglia sentimentale tra i due, trasformando Something Very Bad is Going to Happen in un film psicologico superficiale, una sorta di Scene da un matrimonio storpiato (Haley Z. Boston, la creatrice, non è evidentemente Ingmar Bergman). Lo stesso dicasi per i familiari di Nicky (uno scialbo Adam DiMarco), una serie di figurine mal assortite – la svampita, il cinico, la narcisista, l’introverso, la problematica – che fanno rabbrividire soltanto per i cliché che rappresentano. Tornando all’horror, su tutta la vicenda graverebbe un’antica maledizione che riguarda la famiglia di Rachel. Si viene a scoprire che chi non sposa una vera anima gemella muore: opzione un tantino didascalica per mettere in guardia la popolazione sui rischi delle nozze (è a questo punto che Sal Da Vinci, giustamente, si rivolta nella tomba).

Non dirò di più sulla trama non tanto per evitare lo spoiler quanto per non infierire. Che cosa resta? Tanta amarezza per le poche buone intuizioni, il gelataio infernale che sembra scaturito dagli incubi più perturbanti di Stephen King o la potente scena splatter del ricevimento nuziale. Comunque, tra la caterva di wedding movie disponibili, mi tengo strettissimo l’ovvio Quattro matrimoni e un funerale e, ancora più indietro, Il padre della sposa, insuperata pellicola del 1950 con uno strepitoso Spencer Tracy: non attaccano l’istituzione del matrimonio in maniera frontale, ma ne sondano con umanità l’infinito, abissale chiaroscuro.
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