
«Se uno stupido butta una pietra
in giardino, non bastano
cento savi a rimuoverla»
Antico detto ebraico
(dall’epistolario tra
Joseph Roth e Stefan Zweig)
Buona Pasqua. Lo dico con le dita incrociate, per motivi facili da spiegare a chiunque tenga anche solo distrattamente gli occhi su questo mondo bullizzato. Sono rimasto colpito dalle parole pronunciate da Papa Leone XIV durante la Via Crucis, poche ore dopo una telefonata cordiale, ma franca, avuta con il capo di Stato israeliano, Isaac Herzog. «Chi inizia la guerra ne risponde a Dio». Parlava dell’Iran. Segnalando non una distanza della Chiesa cattolica dal mondo ebraico, ma la necessità di tornare a guardarsi negli occhi, utilizzando tutta la profondità e la sincerità di cui si è capaci. L’alternativa è l’abisso. O le crociate.
Pochi giorni prima, durante l’omelia della Domenica delle Palme, la stessa in cui, a Gerusalemme, i soldati avevano impedito al cardinal Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro, il Pontefice americano, dal balcone di piazza San Pietro, era stato diretto allo stesso modo. «Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue». Chi si fa scudo di Dio per legittimare le proprie nefandezze?
Impossibile non pensare agli Evangelici riuniti nella preghiera guidata da Paula White alla Casa Bianca («Trump è come Gesù») e al fanatico sterminatore Itamar Ben-Gvir, ministro israeliano della sicurezza nazionale, risposta bestiale alla bestialità reale di Hamas e degli ayatollah di Teheran.
Davvero Stati Uniti e Israele sono arrivati a questo punto, certi che l’unica risposta alla brutalità sia la brutalità al quadrato? Che mondo è quello in cui parte dell’Occidente utilizza gli stessi schemi mentali dei talebani e dei pasdaran? Quanti Occidenti esistono? E quante Israele? In entrambi i casi, la risposta è: almeno due. Uno che ha rottamato la coscienza per abbracciare la logica della violenza indiscriminata. L’altro, declinante, in difficoltà, capace di esprimere il proprio soffio vitale soprattutto nelle capitali europee, convinto che il diritto valga più della forza, che alle aggressioni si risponde con la legge, senza mai rinunciare all’umanità. E che, alla coscienza, è rimasto affezionato. Dobbiamo scegliere da che parte stare, perché dirsi banalmente “occidentali”, adesso non significa più assolutamente nulla.
Ne parlavo in questi giorni con Gabriele Segre e con altri amici ebrei torinesi. E queste riflessioni sono la sintesi maldestra, e non autorizzata, dei nostri confronti.
Sono uno dei goyim, i gentili, i non ebrei, e dunque confesso di essere estremamente cauto quando parlo di Israele. Ho letto Oz, Yehoshua, Grossman, divoro Nevo. E sono innamorato di un romanzo di Chaim Potok che si intitola Danny l’eletto, The Chosen. Racconta la storia di due adolescenti ebrei a Brooklyn. Reuven, il figlio americanizzato di uno studioso di Talmud, e Danny, appunto, il figlio di un rabbino Chassid, interprete dell’ortodossia più rigorosa. Il libro si fonda su questa idea della liturgia che diventa prima stile di vita e poi identità. E di un conflitto tra coetanei che si scatena di fronte a forme di manicheismo apocalittico. Una visione seria, libera e liberale, contrapposta ad una costruzione totalizzante e inflessibile della propria vita sottoposta al volere di Dio. Un racconto sovrapponibile all’esperienza quotidiana che si fa a Tel Aviv o a Gerusalemme. E, paradossalmente, persino a Washington. Ma forse ovunque. Siamo divaricati.
Israele è una parte di noi, un pezzo della nostra natura politica, culturale e religiosa. Per questo mi sento tradito dallo Spirito del Tempo. Una volta di più dopo avere visto il brindisi barbarico di Ben-Gvir all’approvazione della legge sulla pena di morte per i terroristi palestinesi approvata dalla Knesset. Quand’è che abbiamo cominciato a ritenere lodevole, addirittura meritevole di una festosa bevuta, l’approvazione della pena capitale?
Il leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, orgoglioso di presentarsi in Parlamento con una spilletta a forma di cappio sulla giacca e capace di sfrattare con l’ostentata brutalità del suo potere intere famiglie palestinesi dalla Cisgiordania, non rappresenta in toto la sensibilità del suo Paese. Eppure, è parte del governo di Gerusalemme. L’ala più feroce, quella che consente al trasformista Netanyahu di restare incollato alla sua poltrona evitando i processi. Quella che ne determina le scelte. Quella che schiaccia i liberali.
È possibile che uomini come Ben-Gvir, che amano la guerra con la stessa incivile leggerezza con cui amano il potere, non ci provochino repulsione? «Se uno stupido butta una pietra in giardino, non bastano cento savi a rimuoverla», sostiene l’antico detto ebraico. Temo che i lanciatori di pietre si siano impossessati delle nostre vite. E che l’effetto domino sia destinato a passare attraverso l’Afd in Germania, Vox in Spagna, il Front National in Francia, Farage in Gran Bretagna e i Maga negli Stati Uniti dei tecno-feudatari, abbattendo barriere morali come orsi al luna park.
Giulio Andreotti era solito raccontare di un suo incontro con il cardinale di New York, Francis Spellman. Erano i giorni della guerra in Vietnam. «Quando fummo attaccati a Pearl Harbour, noi americani, rispondendo, eravamo certi di essere dalla parte della ragione. Ad Hanoi questa certezza è venuta meno. Non sappiamo più se abbiamo ragione. E questo scatena in noi una forma di inquietudine», spiegava Spellman.
Trump e Netanyahu, questa inquietudine non la sentono. Il dubbio di avere torto non li sfiora neanche. Il peso della coscienza non è uguale dappertutto e la frattura è sempre più dolorosa.
Israele è guidato da un governo che vuole prendere le distanze. Segnare una differenza che non è più solo geopolitica, ma esistenziale. Il gelo con la Chiesa cattolica è particolarmente significativo. Per il vecchio Occidente, e per il cristianesimo, l’altro esiste ed è parte di te. Per Ben-Gvir e la sua setta, ogni forma di convivenza con il diverso è impossibile. L’altro va sradicato. Impiccato. Estinto. La disumana violenza di Hamas del 7 ottobre ha sdoganato un crudele modo di pensare e il trumpismo ha fatto entrare questo veleno nel quartier generale dell’Occidente, confondendo tutto, rendendo ogni cosa indistinguibile, premiando la paura.
La guerra, poi, ha un effetto moltiplicatore. Estremizza i ragionamenti, radicalizza le scelte, taglia con l’accetta le differenze, apre la porta ai fanatismi, a cominciare da quelli religiosi. Con la destra al potere la deriva si fa ancora più esplicita, diventa parte invasiva del discorso pubblico e finisce per normalizzarsi. Israele rischia di non essere più un’eccezione. Ma semplicemente il battistrada per democrazie illiberali, razziste e incattivite. Quando mai, negli ultimi ottant’anni, l’Europa è stata quella di Dio, Patria e Famiglia? Ogni tornata elettorale rischia di peggiorare il quadro. Adesso va al voto l’Ungheria. Ma siamo sicuri che Péter Magyar, il candidato che si oppone ad Orban e che di Orban è stato uno dei più stretti collaboratori, sia tanto diverso da lui? Come dice Gabriele Segre: «Le nostre società, prima ancora che politicamente, stanno diventando socialmente più radicalizzate. E lì si innesta la politica». Una politica che segue la rabbia. Non la domina. La sfrutta. Mettendo la democrazia con le spalle al muro.
Eppure, nonostante tre anni di guerra, Israele è ancora contendibile e le elezioni di ottobre promettono di essere paradossalmente più libere di quelle americane di Mid-term. L’Europa e l’Italia, sulla spinta delle parole di Papa Leone, devono trovare la forza per impedire che un’idea fanatica del mondo trasformi il nostro Dna. Perché anche chi pensa che le proprie azioni siano guidate da Dio, non dovrebbe fare a meno di preoccuparsi degli uomini, dei valori che consentono loro di sognarsi felici, partendo dalla riflessione che Roth sottopone a Zweig. «Chi dovrei chiamare se non lei, caro amico? Lei sa bene che Dio risponde molto tardi. Spesso dopo la morte». Buona Pasqua.
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