«Non abito più nel bunker», dice Volodymyr Zelensky, e conduce le telecamere lungo i corridoi del rifugio antibomba costruito ancora all’epoca sovietica, mostrando le anguste stanze che dovevano racchiudere ciascuna un organismo del potere – parlamento, governo, comando militare – con un sorriso. Sembra quasi divertito, o almeno sollevato, come quando si racconta una paura che si è lasciata alle spalle, e per la prima volta ripete in pubblico la celebre battuta – che gli è stata sempre attribuita, che è finita sulle t-shirt e sui libri di storia, ma che ha sempre avuto un po’ il sapore di un apocrifo – con la quale aveva risposto alla proposta di Joe Biden di scappare: «Non mi serve un taxi, mi servono armi».
Quattro anni dopo, la risposta è sempre la stessa, e il presidente ucraino riesce quasi a scherzare sulla paura e lo sgomento di quel primo terribile giorno. Tra amici, in televisione, sui social, è una rievocazione collettiva del 24 febbraio 2022, e di tutte le fasi dello shock: incredulità, paura, dolore, rabbia, rifiuto, nella speranza inutile che sia solo un errore, un incidente, che tutto si sarebbe risolto, che il mondo avrebbe fermato l’invasore. Le sirene che urlavano nelle piazze deserte di Kyiv, le prime esplosioni, la ricerca dei rifugi negli scantinati e nella metropolitana, le stazioni prese d’assalto da madri con lo zaino in una mano e la portantina del gatto nell’altra, i bambini che piangevano, una replica impossibile di quello che tutti avevano visto al cinema e sentito raccontare dai nonni, ma nessuno pensava di poter vivere nella realtà.
È un ricordo che tutti possiedono e raccontano, nei minimi dettagli, ciascuno il suo. Insieme si fondono in un trauma nazionale indelebile, ma anche in un’esperienza dalla quale attingere orgoglio: «Se mi avessero detto che quattro anni dopo un’Ucraina indipendente sarebbe stata in prima linea del mondo libero, a combattere contro la potenza militare russa… non ci avrei mai creduto», scrive l’inviato di guerra del Kyiv Independent Illia Ponomarenko, ricordando la notte in cui insieme ai colleghi aspettava l’attacco russo, sperando fino all’ultimo che fosse un bluff di Putin.
Il rituale annuale del ricordo è però forse l’unico giorno dell’anno in cui è concesso rivivere la paura e lo sgomento. L’Ucraina non vive più nel bunker, e chi visita Kyiv, Odesa, perfino la martoriata Kharkiv, si stupisce di quello che gli ucraini trovano normale: treni e autobus che funzionano, gente che va a lavorare, a fare la spesa, a portare i bambini a scuola, negozi pieni di cibo, ristoranti pieni di gente, teatri e mostre pieni di pubblico, che si gode lo spettacolo pur sapendo che può venire interrotto in qualunque momento da un allarme aereo. La vita continua, farla continuare diventa un atto di resistenza quanto quello dei soldati al fronte, e la stilista Ksenia Lyskevych, che in quattro anni non ha mai smesso di tagliare e cucire nel piccolo laboratorio di Podil, si vanta che durante l’ultimo infernale inverno di bombardamenti e blackout il suo team di sole donne è riuscito a sgarrare la consegna di un solo ordine: «Lavoriamo anche per non impazzire».
Se il primo anniversario dell’invasione russa era alleviato dalla speranza che sarebbe stato anche l’ultimo, il secondo era carico di delusione per la controffensiva fallita e il terzo di cupa rassegnazione di fronte al ciclone Trump. Il quarto è quasi una celebrazione, e nella rievocazione dell’orrore dei primi giorni la fierezza affianca e mette in ombra la paura: «Nessuno sapeva cosa fare e come fare», ricorda la psicologa Larisa Pilgun, e «il primo che riusciva a rialzarsi e a prendersi un po’ di responsabilità aiutava gli altri».
Quattro anni dopo, tutti gli ucraini sanno «cosa e come fare», e Zelensky ricorda ai leader europei venuti a sostenerlo che l’Ucraina è «la prima industria militare d’Europa». Pilgun ammette di essere «quasi spaventata dalla consapevolezza che la guerra non toglie soltanto, ma può anche dare crescita», un ragionamento che applica sia a livello personale che nazionale. Quattro anni sono un tempo orrendamente lungo per una guerra, il cui prezzo si vede tutti i giorni, nella stanchezza che segna i volti, a cominciare da quello ormai quasi irriconoscibile del presidente, nelle rovine delle case, nelle luci spente, nelle distese di bandiere gialle e blu che crepitano sopra le tombe dei caduti nei cimiteri. Eppure la durata di questa tragica resistenza diventa anche la misura del coraggio e della forza.
Nel 2022, si sognava la vittoria. Oggi, la consapevolezza che la guerra non finirà presto, e probabilmente non si concluderà nemmeno se si interromperà per una tregua, è condivisa quasi da tutti gli ucraini. La vittoria non è più una data di un futuro remoto, è essere qui oggi, dopo 1461 giorni.
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