Le porte potevano essere sprangate, ma non lo sono. Basta poggiar la mano per aprirle, e sbattono nel vento e cigolano. Dentro le sale è morto anche il silenzio, ci sono i mobili, gli armadi di legno, i libri sugli scaffali al loro posto, tracce di vita che non esiste più, con brandelli di mura sul pavimento, come per una istantanea della memoria. Tutto è rimasto com’era ad Apice, la città fantasma, la Pompei del ’900, che ha fermato le lancette dell’orologio il 23 novembre del 1980, durante il terremoto dell’Irpinia, nel tremore violento dell’ultima scossa.
Apice (Benevento), città ormai fantasma (ansa)
È questo il destino che attende Niscemi, finirà anche lei come Apice, come Craco, Poggioreale, Cerzeto e tutti quei borghi rimasti a testimoniare per sempre la loro morte? Pure gli spazi sono immobili, fissi, nel paese fantasma, in un discorde gioco di tenebre e luci, di stradine e case variamente incatenate dentro a un’atmosfera irreale. A guardare questi oggetti inanimati, le insegne dei negozi, i ciuffi di gramigna che spuntano fra le gibbosità informi dell’acciottolato, e le chiese e la scuola così inerti, senza più la sacralità della vita, la cosa che fa più impressione non è tanto la tragedia del tempo quando smette di scorrere – oh sì, anche quello -, ma è soprattutto uno strano senso di colpa. Devono essere i fantasmi, sono loro che ci ammoniscono.
In fondo, che cosa potevamo fare noi? Eppure, Civita di Bagnoregio, splendido borgo etrusco e poi romano in provincia di Viterbo, ha quasi smesso di esistere solo nel 1965, all’ultimo sisma, dopo aver resistito per secoli e secoli a terremoti e frane. Il fatto è che Civita era sorta su una collina di argilla e tufo, soggetta a un costante processo di erosione nel corso dei secoli. Ma nella loro epoca, prima gli etruschi e poi i romani avevano messo in atto una lunga serie di opere per proteggere il borgo da terremoti e smottamenti, arginando fiumi e costruendo canali di scolo. Finiti loro, finirono anche i lavori e il territorio ebbe un inevitabile degrado con il trascorrere del tempo.

L’ultimo sisma ha segnato la definitiva condanna di Civita di Bagnoregio, costringendola all’isolamento, perché ormai inaccessibile. Alla fine hanno costruito un ponte pedonale in cemento armato per permetterle di ricollegarsi al mondo circostante. Ma delle cinque porte che si aprivano sul centro storico, ne è rimasta una sola, Porta di Santa Maria, e di tutti gli abitanti che vivevano lì, ora ci sono solo dieci, eroici, resistenti.
Che cosa ci dicono allora i suoi fantasmi? È la nostra incuria che ci ha portati fino a qui? A Poggioreale – Belice 1968 – il vecchio centro è rimasto un luogo dannato, come congelato al momento del disastro, a differenza di Gibellina che ha voluto risorgere nel segno dell’arte. Questo borgo aveva una scuola elementare, una chiesa, una piazza e le sue case. Oggi ci sono solo i suoi ruderi, un silenzio spettrale interrotto dal fruscio del vento. Si odono i campanacci delle mucche e l’abbaiare dei cani. Come in un vecchio film western il sospiro del cielo alza la polvere e fa rotolare i cespugli sulla calva radura sotto la scalinata che conduce alla chiesa madre. Un cancello chiuso delimita l’accesso ai ruderi. È vietato l’ingresso.
Gibellina è un’altra cosa, un borgo di montagna che oggi non esiste più, dopo quella notte di scosse terribili, il 15 gennaio ’68, quando i centri abitati vennero giù come accrocchi d’argilla. Ma custodire quei relitti, conservare il ricordo di quella tragedia, è diventata una delle più grandi opere di Land Art mai realizzate al mondo.
Il Cretto di Burri a Gibellina (ansa)

Il Cretto di Alberto Burri è una tomba di cemento distesa sulle rovine, 8mila metri quadrati, in un labirinto srotolato sulla memoria, a sigillare i morti, le case, i giorni perduti. A venti chilometri da lì sorge Gibellina Nuova, e anche in questo caso l’arte contemporanea fu stella polare, grazie all’impegno visionario dell’allora sindaco Ludovico Corrao. Parteciparono in tanti a questa rinascita, artisti, architetti, intellettuali, tutti gli artigiani del paese e le imprese locali, attorno a Pomodoro, a Schifano, Guttuso, Sciascia, Zavoli e tanti altri. Alberto Burri preferì invece guardare all’antico centro abitato: «Ne rimasi colpito appena lo vidi per la prima volta e mi veniva quasi da piangere. Pensai: compattiamo le macerie, le armiamo per bene e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di questo avvenimento». Nacque così questa sorta di grande sudario che ricopre le rovine di Gibellina, percorso da vicoli bianchi, simili a delle profonde ferite del terreno, che sono gli stessi del centro storico del paese prima del terremoto.
Mel Gibson (a destra) mentre gira a Craco La passione di Cristo (ap)

Un altro paese fantasma è diventato set cinematografico di importanti film, come Cristo si è fermato a Eboli e La Passione di Cristo di Mel Gibson. Craco, provincia di Matera, appennino lucano, a mezza strada tra i monti e il mare. Il borgo, arroccato su una collina di calanchi, è circondato da profondi solchi scavati su un terreno cretoso e da formazioni argillose, che creano un paesaggio lunare. Fu distrutto da una frana nel 1963. Era terra di briganti, questa, Giuseppe Padovano, Carmine Crocco, José Borjes. Un sacerdote gli andò incontro con una processione di abitanti, a implorarli di essere lasciati in pace. Forse ci riuscì. Nessuno dette fuoco alle case. Le case raccontano storie come quelle degli uomini. Alcune resistono, alcune crollano. E alcune diventano fantasmi della memoria. Fanno voci come il vento, che noi non sempre riusciamo a capire. O non vogliamo capire.
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