Gli scontri a Piazza Syntagma, i cavalli di Frisia davanti alle istituzioni, il fuoco, le fiamme, lo spettro dell’uscita dall’euro, il default selettivo e la crisi sono un ricordo. Eppure, quindici anni fa la Grecia era questo, con il fantasma della Troika che aleggiava. Oggi, Atene è risorta. «Il Paese rappresenta una delle peggiori crisi economiche e, allo stesso tempo, una delle riprese più impressionanti della storia europea moderna» scrivono Martin Bijsterbosch e gli analisti della Banca centrale europea (Bce) in un’analisi pubblicata nel fine settimana sul blog dell’istituto. Il passaggio storico battezzato “da Grexit a Grecovery” segna la fine di un’era buia iniziata nel tardo 2009 con il crollo del Prodotto interno lordo e un debito pubblico fuori controllo. Oggi la forza economica ellenica appare solida, frutto di un decennio di riequilibrio doloroso e riforme radicali che hanno trasformato il volto della nazione, portandola verso una resilienza che sembrava un miraggio. Come si sottolinea, Atene ha cambiato pelle, ma la sfida per colmare il divario con il resto dell’area euro rimane un cantiere da completare. La piena guarigione richiede di sciogliere nodi critici legati al sistema giudiziario, alla qualità delle istituzioni e a un debito privato che continua a pesare come un’ombra sull’economia reale.
La rinascita del credito e il “miracolo” delle piccole imprese
Il sistema bancario ellenico è tornato operativo, lasciandosi alle spalle il collasso della scorsa decade. Se nel 2010 gli istituti erano stati travolti dalle perdite sui titoli di Stato e da una fuga massiccia dei depositi, oggi i bilanci mostrano una solidità rigenerata grazie a ricapitalizzazioni e a una pulizia profonda delle attività deteriorate. Un ruolo decisivo è stato giocato dall’Hellenic Asset Protection Scheme (HAPS), che ha permesso di cartolarizzare e vendere circa 57 miliardi di euro di crediti non performanti (NPL) entro il 2025. Il ritorno della fiducia ha permesso alle banche di riaprire i rubinetti del credito, sostenendo in modo particolare le piccole e medie imprese, vero scheletro del sistema produttivo greco.
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CARLO ALBERTO DE CASA
Le evidenze empiriche basate sui dati AnaCredit, che analizzano i prestiti di 38 banche a circa 38.000 imprese, rivelano un dato significativo: la penalizzazione che le micro-imprese subivano nell’accesso al credito rispetto alle grandi società è svanita. «Mentre le microimprese ricevevano ancora meno credito rispetto alle grandi imprese nel 2019, tale penalizzazione per l’essere molto piccoli è svanita nel 2024». Questa dinamica è stata alimentata dalla riduzione dei premi al rischio e dal supporto del Recovery and Resilience Fund, il loro Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che ha agito da volano per i finanziamenti anche verso le realtà più minuscole. Tuttavia, come rimarca Francoforte, il quadro non è privo di criticità, poiché le piccole imprese continuano a pagare costi di finanziamento elevati a causa di una percezione del rischio ancora marcata e di garanzie collaterali limitate.
Il successo della pulizia dei bilanci bancari ha però prodotto un paradosso strutturale che rischia di frenare la crescita nel lungo termine. «Una conseguenza è che gran parte del problema del debito privato del Paese risiede ora al di fuori del sistema bancario», spiega Francoforte. Alla fine del 2024, la maggior parte dei crediti deteriorati era migrata verso fondi esteri e veniva gestita da società di credit servicing per un valore equivalente a circa un terzo del Pil greco.
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Risolvere questa enorme massa di prestiti in sofferenza resta «una delle sfide più difficili», anche perché i progressi sono stati più lenti di quanto sperato. Le lacune nel sistema delle aste elettroniche e gli arretrati cronici dei tribunali rendono l’esecuzione e la ristrutturazione del debito un processo lungo e faticoso. Molte famiglie e imprese con debiti non risolti restano «effettivamente escluse dai prestiti bancari», limitando la capacità degli istituti di finanziare lo sviluppo. L’esperienza di altri Paesi colpiti dalla crisi, come l’Irlanda o la Spagna, insegna che una volta usciti dalle banche, questi crediti diventano «un progetto a lungo termine, senza una soluzione rapida». Esiste inoltre un rischio fiscale latente: le garanzie statali sulle cartolarizzazioni HAPS rappresentano una passività potenziale per le finanze pubbliche. Se i recuperi non dovessero performare come previsto, il costo per lo Stato potrebbe essere sostanziale, aggiungendo pressione alla sostenibilità del debito.
Un nuovo modello di sviluppo: tra export e investimenti high-tech
La Grecia sta cercando di chiudere il gap negli standard di vita con il resto d’Europa, un obiettivo che richiede una trasformazione profonda del modello di crescita. Secondo le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, entro il 2030 il Pil pro capite greco raggiungerà poco meno del 70% della media dell’area euro, ovvero lo stesso livello registrato al momento dell’adozione della moneta unica. Per invertire questa tendenza, Atene ha iniziato ad abbandonare la vecchia ricetta basata su consumi privati, edilizia e politiche fiscali espansive, che contribuivano poco alla produttività. Oggi gli investimenti nel settore immobiliare hanno lasciato spazio a infrastrutture e investimenti aziendali, mentre le esportazioni sono diventate il vero motore dello sviluppo. «Mentre il turismo rimane importante, le esportazioni di beni giocano ora un ruolo molto più vasto rispetto a prima della crisi», si sottolinea. L’export rappresenta ora oltre il 35% del Pil, contro il 21% del periodo pre-crisi, con una crescita significativa nei settori ad alta tecnologia.

La quota di prodotti high-tech sul totale delle esportazioni manifatturiere è passata dall’8% del 2013 al 15% del 2024. Questo riequilibrio, si rammenta, è stato favorito da una riduzione drastica delle barriere commerciali con i partner dell’Unione Europea, calate dal 2015 a una velocità doppia rispetto alla media UE grazie alla semplificazione delle licenze commerciali e alla digitalizzazione dei servizi pubblici. Nonostante i passi in avanti, il cammino verso la convergenza non è terminato e richiede un salto di qualità sul piano istituzionale. «La posizione della Grecia nell’indice di consegna istituzionale mostra che, nonostante i modesti guadagni nell’ultimo decennio, c’è ancora un significativo margine di miglioramento», dicono gli esperti della Bce. La qualità della regolamentazione, lo stato di diritto e il controllo della corruzione sono fattori chiave per stimolare la produttività e attrarre capitali esteri. Non solo. Analisi recenti della Bce indicano che se la Grecia riuscisse a portare la qualità delle sue istituzioni alla media dell’area euro, potrebbe aumentare di cinque punti percentuali la quota di investimenti privati nelle industrie ad alta tecnologia. Se dovesse raggiungere il livello dei migliori performer europei, tale impatto raddoppierebbe, portando gli investimenti tecnologici a circa un quarto del totale. Questo sforzo, si fa notare, è essenziale per contrastare l’invecchiamento della popolazione, rendendo necessaria una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro e programmi di riqualificazione professionale. E ancora, la trasformazione digitale e l’adozione dell’intelligenza artificiale – già in netta evoluzione rispetto ai giorni più neri di Atene – saranno centrali per le prestazioni economiche future, ma richiedono incentivi corretti per l’innovazione.
L’eredità del debito e l’incognita geopolitica
La stabilità finanziaria della Grecia poggia ancora su basi delicate a causa delle pesanti eredità del passato. Il debito pubblico è in calo costante dal 2021, ma la sua mole rimane imponente, attestandosi intorno al 90% del Pil a fine 2025. Gran parte di questo fardello è costituito da prestiti concessi dai partner europei (EFSF e ESM) durante i programmi di assistenza, erogati a tassi agevolati e scadenze molto lunghe che riducono i rischi di rifinanziamento nell’immediato. “La Grecia ha silenziosamente costruito una delle storie di rimborso del debito più forti in Europa”, commentano gli autori del blog, segnalando che il Paese ha già rimborsato integralmente il Fondo Monetario Internazionale.
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Tuttavia, mentre Paesi come la Spagna hanno superato la soglia del 75% dei rimborsi ai creditori ufficiali, la Grecia ha ancora un lungo percorso davanti a sé. La strada verso la piena normalità passa per il mantenimento di un avanzo primario e per la capacità di resistere a shock esterni in un contesto globale segnato dall’incertezza. Lo scenario è positivo, ma uno sforzo ulteriore serve per concludere del tutto un percorso virtuoso. Sebbene Atene abbia dimostrato una capacità di reazione straordinaria, la ripresa rimane un cantiere aperto. «Il fatto che il debito pubblico sia ancora elevato, le debolezze nella qualità istituzionale e il ritardo nella partecipazione al mercato del lavoro suggeriscono che la ripresa della Grecia sia ancora un lavoro in corso», dicono gli analisti della Bce. Voltare pagina in modo definitivo richiederà costanza nelle riforme, una gestione oculata dei rischi fiscali e la capacità di trasformare i guadagni di produttività in una crescita sostenibile per l’intera popolazione. Quello che è certo è che la lezione greca insegna che uscire dal bosco – anche il più fitto e ostile – è possibile, ma la strada per tornare al centro dell’Europa in pianta stabile è una maratona che richiede ancora fiato e determinazione.
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