Droghe, Meglio Legale: “Alla Conferenza Onu figuraccia dell’Italia con un proibizionismo da regime”

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«L’Italia resta fermamente contraria all’uso di sostanze stupefacenti per finalità non mediche e non scientifiche. Non riteniamo che alcun ordinamento giuridico debba riconoscere un diritto all’uso di droghe. Il nostro impegno è quello di intervenire prima che la diffusione di queste sostanze produca danni irreversibili». Così il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche contro la droga e le altre dipendenze, Alfredo Mantovano, ha presentato la posizione del governo italiano nel primo giorno della 69esima Commission on Narcotic Drugs delle Nazioni Unite che si è conclusa oggi a Vienna. Ne parliamo con Antonella Soldo, vicesegretaria di +Europa e presidente di Meglio Legale, associazione che si occupa della legalizzazione della cannabis e della decriminalizzazione dell’uso delle altre sostanze e partecipa ai lavori con status consultivo.

Che ne pensa dell’intervento del sottosegretario Mantovano, che in controtendenza con quanto accade nel resto d’Europa e nelle Americhe non ha concesso nessuna apertura a un approccio che si discosta dal puro proibizionismo?

«Mantovano ha fatto fare una figura imbarazzante all’Italia, con dichiarazioni degne dei paesi più illiberali del mondo e che tradiscono gli impegni che l’Italia stessa ha preso in sede Onu: un approccio scientifico e orientato ai dati sulle politiche sulle droghe. Dire “Non riteniamo che alcun ordinamento giuridico debba riconoscere un diritto all’uso di droghe” vuol dire scadere nel più cieco e pericoloso proibizionismo. E dimenticarsi che in Italia c’è stato un referendum nel 1993 che ha stabilito che usare sostanze stupefacenti non è un reato. Russia, Cina e paesi arabi hanno politiche sulle droghe molto repressive, alcuni hanno ancora la pena delle morte non sono per lo spaccio, ma per il consumo. Sulle droghe, restiamo ancora da quella parte del mondo».

Oggi si è chiusa la Conferenza, con quali risoluzioni?

«La più importante è stata promossa da Finlandia e Svezia e parte da un assunto: le persone con dipendenze patologiche vengono curate meno, perché lo stigma sulla droga è un ostacolo alla cura. Con il proibizionismo non si contrasta né la circolazione delle droghe né il consumo. Per questo dobbiamo avere un approccio basato sui dati che sulla repressione, un approccio intelligente che punta non a inseguire e punire i consumatori, i grandi narcotrafficanti. Nel suo intervento il presidente della Colombia Gustavo Petro ha paragonato gli anni del narcotraffico alla Pablo Escobar come un gioco da bambini se pensiamo alle multinazionali del crimine dei nostri tempi, che muovono miliardi. Petro negli scorsi mesi ha espresso anche posizioni favorevoli alla legalizzazione della cocaina, dicendo che non è più pericolosa del whisky ed è proibita perché è colombiana. In Colombia ha avviato dei progetti che non riguardano la pura repressione, ma con attenzione alla società e all’economia. Per esempio ha riconvertito 42mila ettari di terreno coltivati dai narcos con la coca con colture alternative che possono sostenere i campesinos. Nel mondo qualcosa si muove, in Italia no».

Tra i cosiddetti side events, le conferenze tematiche organizzate in concomitanza ai lavori della Conferenza, l’Italia ha presentato un panel sul Fentanyl, la cosiddetta “droga degli zombie” che negli Stati Uniti causa migliaia e migliaia di morti.

«Nel suo intervento il sottosegretario Mantovano ha ribadito il grande impegno italiano sul Fentanyl. Il nostro governo sta investendo milioni, ma non capiamo su cosa. Ancora una volta il suo approccio è stato totalmente antiscientifico. L’unico scienziato che ha cita è Papa Leone. Paradosso nel paradosso, le affermazioni di Mantovano erano in palese contrasto proprio con quanto poi detto nel panel italiano».

Cioè?

«In Italia il Fentanyl non è arrivato. Non grazie alla repressione, ma al nostro sistema sanitario che ha frenato la pervasività delle grandi multinazionali del farmaco: questa droga non nasce nei laboratori di narcos, ma in quelli delle case farmaceutiche. Nel 2024 in tutta l’Europa le tracce di siringhe sporche di droga sono state trovate solo a Riga e Vilnius. Nel nostro Paese e negli altri europei non ci sono morti per Fentanyl. Mantovano d’altra parte non ha dettagliato il piano di contrasto italiano, non ha detto in cosa consiste. Ma in compenso nelle nostre città è in corso una preoccupante epidemia di crac, che è uno scarto della cocaina, molto economico».

Ma nel panel italiano non se ne è parlato.

«C’è un piano del governo su un problema fantasma, che non esiste, ma assolutamente nulla su quando sta accadendo. Il consumo del crac comporta marginalità sociale, malattie correlate e preoccupazione per chi abita nei quartieri. A Roma, in zona stazione Termini, pieno centro, ci sono intere vie dove le persone si fanno a ogni ora del giorno. Lo stesso capita nel boschetto della droga di Rogoredo, in alcuni quartieri del centro di Torino. Una situazione fuori controllo, con un aumento sia degli accessi in pronto soccorso che delle morti. L’ennesimo paradosso: l’Italia organizza un panel con degli esperti, che hanno anche parlato di naloxone e politiche di riduzione del danno, ma poi non ascolta nulla di quello che dicono».

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