Emad, la bomba da 100 chili sganciata dagli iraniani su Tel Aviv

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Dalla mezzanotte tra lunedì e martedì gli allarmi continui e le esplosioni hanno tenuto sveglie milioni di persone, in una corsa continua nei rifugi. Poi, alle 7,30 di martedì, il sesto bombardamento dall’Iran ha colpito con un impatto diretto una stradina nel cuore di Tel Aviv, devastando tre palazzine residenziali.

Il fumo nero delle automobili che hanno preso fuoco si è alzato verso il cielo di Kikar Hamedina. Il servizio di soccorso Magen David Adom ha dichiarato che almeno sei persone sono rimaste ferite non gravemente in quattro diversi punti di caduta in città. Successivamente, fonti esperte hanno spiegato ai media che l’ordigno che ha preso di mira il centro di Tel Aviv era probabilmente un Emad, un missile balistico a medio raggio a combustibile liquido che porta tre sotto munizioni da 100 chili l’una.

I sistemi di difesa aerea hanno effettuato diversi tentativi per abbatterlo, ma sono andati tutti falliti. Il fragore dei missili intercettori lanciati da una piattaforma nella zona centrale della metropoli si è sentito distintamente dopo le sirene, ma un’esplosione fortissima e il sussultare degli edifici e dentro i rifugi ha fatto chiaramente intendere che il missile di Teheran non era stato centrato.

«Dopo l’impatto, non riesco a smettere di tremare», ha raccontato un residente, Doron, ai media locali. Lo stesso attacco ha danneggiato due appartamenti a Rosh HaAyin, nel centro del Paese. Un enorme detrito è finito in un campo in Cisgiordania. Gli attacchi lanciati dalla Repubblica islamica sono stati diretti anche contro il nord di Israele, nel deserto del Negev, dove una piccola abitazione fatta perlopiù di lamiera è stata presa in pieno dalle schegge di un missile in un villaggio arabo beduino, ferendo gravemente un uomo e in maniera meno critica la moglie e il loro bambino neonato.

In serata invece, dopo diverse ondate di razzi, droni e missili (circa trenta per ogni lancio) sparati da Hezbollah contro il nord di Israele, una donna è rimasta uccisa. Uno dei missili tirati dai pasdaran è atterrato a Beirut, ha dichiarato l’Idf. «Quando si prospetta una minaccia balistica dall’Iran, la difesa aerea cerca di attivare sempre il sistema Arrow, perché l’intercettazione fuori dall’atmosfera neutralizza anche i frammenti di missili», spiega il professore Isaac Ben-Israel dell’Università di Tel Aviv, già presidente dell’Agenzia spaziale israeliana.

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«I frammenti sono di per sé bolidi che a oggi sono la causa della maggior parte della distruzione in Israele. Ma non sempre questo avviene». C’è chi si interroga se il problema sia legato anche una «economia degli intercettori», poiché la produzione dei proiettili Arrow è più «lenta e costosa».

«La pianificazione degli arsenali non prevedeva una guerra di due anni e mezzo su sette fronti», ha scritto su Haaretz Ran Kochav, ex comandante del sistema di difesa aerea dell’Idf, «ma nessuno aveva immaginato nemmeno un tasso di intercettazione al 92% dei missili balistici iraniani», ha aggiunto.

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Sul fronte libanese, è tornato a parlare il ministro della Difesa Israel Katz, confermando le operazioni nel sud del Paese: «Israele manterrà il controllo di una zona di sicurezza nel Libano meridionale, fino al fiume Litani, finché non sarà eliminata la minaccia di Hezbollah», ha affermato durante un incontro con il capo di stato maggiore Eyal Zamir e altri generali. «Centinaia di migliaia di residenti del Libano meridionale sfollati non torneranno a sud del fiume Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei residenti del nord di Israele», ha ripetuto, ricordando che i ponti utilizzati da Hezbollah per spostare miliziani e armi sono stati fatti saltare in aria.

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