Francesca Lollobrigida, Oro di mamma

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Quella con il cappuccetto blu e gli occhiali rosa. Francesca Lollobrigida si è segnalata così al Presidente della Repubblica il giorno della visita al Villaggio, ma ha mentito. Il primo oro dei nostri Giochi è una pattinatrice spericolata. È quella che porta il figlio di tre anni a bordo pista e rompe ogni protocollo per andarlo a prendere. È quella che riabilita inconsapevolmente pure la tv pubblica in uno dei suoi giorni più bui, perché un cameraman Rai la insegue di corsa oltre corridoi vietati con quel professionismo che a volte resta strozzato dalle pessime gestioni. Lollobrigida è quella capace di far saltare la superpotenza della pista lunga, «Uppala, l’Olanda giù dal podio». È un’atleta capace di partire a razzo nei destabilizzanti 3.000 metri e chiudere in accelerazione con il record olimpico, 3’54”280: «Ammazza, sono andata forte».

Ha fretta, ha il senso della velocità, dell’esigenza: la voglia di abbracciare Tommaso e di spegnere le candeline per il compleanno, sono 35 e la torta c’è davvero. Il figlio è dietro la pista, con la sorella Giulia che pattina e si è trovata un ruolo dentro Milano-Cortina per stare accanto a Francesca. Nei mesi di competizione lo fa grazie al Progetto mamma. Esiste dentro la Federghiaccio un sistema nato proprio con Lollobrigida. Un minimo sostegno: prevedere un accompagnatore, quasi sempre la sorella, qui nel ruolo di Forerunner, testa la pista. In tre serve più spazio, più stanze, più spese per le trasferte, più organizzazione e quella rapidità che Lollobrigida mette in ogni gesto senza mai perdere il senso: «Sono un’atleta e sono una mamma, non metto in relazione le due cose, ma le vivo entrambe, anzi me le godo».

La testardaggine precede la maternità. Lollobrigida si è scelta uno sport che nella sua città, Roma, non esiste. Lo ha scoperto perché il padre, travolto di emozioni durante Torino 2006, le ha detto: «Perché non provi?». E lei ha tentato nell’unico posto possibile in Italia, a Baselga di Piné, in Trentino. Ha capito che sfrecciare sul ghiaccio era l’esatta dimensione in cui stare bene ed è tornata a casa. Tanto un posto dove allenarsi al coperto da noi non esiste. Ha passato del tempo in Olanda, patria dello speed skating, vive ancora 250 giorni l’anno fuori casa, almeno succede nel 2026: «Non voglio lasciare Tommaso da solo, penso ad altri figli». Ancora ci sono medaglie da rincorrere in queste Olimpiadi e il Mondiale All round, unico titolo che manca a una carriera presa, come tutto il resto, in rincorsa. L’ha portata all’apice nel 2022, argento e bronzo a Pechino e poi l’ha interrotta: «Volevo un bambino». Il direttore tecnico Marchetto la chiama completezza e lui un’atleta anche madre non l’aveva mai avuta in squadra. Le ha detto: «Capiamo insieme come fare». Come prima: «Sì, la maternità non è una malattia, non andrebbe nemmeno vista come un bivio per una sportiva di alto livello», questo lo dice il tecnico e lo spera Lollobrigida, che ha l’elenco dei motivi per cui oggi lo scenario è diverso. Pensieri che gravitano intorno all’idea di sospendere l’attività e rientrare dopo la gravidanza, «anche se ormai lo fanno in tante e saremo sempre di più, questo ambiente deve prepararsi, attrezzarsi. Per andare a prendermi Tommaso sono partita a razzo perché non mi avrebbero fatto muovere».

Ha allattato al seno fino ai 18 mesi di Tommaso «e in tanti a ripetermi “devi staccarlo se vuoi tornare a fare sul serio”. Perché? Decide lui». Un sacco di domande e impedimenti, palestre che non le facevano tenere il pupo accanto mentre sollevava pesi, piste che non lo volevano sul ghiaccio: «Bene e allora dove è il nido?» . Non c’è.

Il successo arriva dopo una stagione tremenda. «In ottobre volavo, poi ho preso un virus, me lo avrà passato il bimbo, chissà», comunque debilitata e nel periodo in cui non si poteva fermare. Ai Giochi bisogna qualificarsi e l’anno prima lei era ripartita da zero nel ranking. Da ferma, «magari per un singolo ciclo di gare la maternità consideriamola». Riporta continuamente il risultato lì perché non vuole essere un’eccezione ma un caso scuola: «Una donna che ha grande sostegno da marito, nonni, parenti, dirigenti, eppure non può appoggiarsi a una pratica consolidata».

Dopo essere stata male ha immaginato, per l’ennesima volta, di smettere: «Ero pronta a vivere l’avvicinamento, perfetto: un disastro. Ho dipinto le unghie di viola contro la sfiga, sempre peggio. Poi mi sono guardata allo specchio… non sono perfetta, sono una combattente». È andata avanti nella sua storia da cinema, anche se la diva di famiglia era la prozia Gina, morta due anni fa: «Fiera di aver fatto brillare il nome nello sport, però lei resta una star globale, altra dimensione. Diciamo che ora non ho più solo un nome hollywoodiano». Ha anche il copione, la storia di una con lo smalto «verde fluo per attirare la speranza» e la capacità di muoversi sui ghiaccio alzando i giri del motore senza scomporsi. Tenuta ideale per essere la prima donna oro nel pattinaggio di velocità, l’unica azzurra (uomini compresi) a salire sul podio in due Olimpiadi consecutive. Una che ha fretta di spegnere le candeline, subito dopo l’inno. Senza perdersi nulla.

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