Gentiloni: “Il no di Meloni agli Usa in ritardo, l’opposizione vada al tavolo sull’Iran”

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«Donald Trump è entrato in questa guerra senza sapere bene come uscirne, e ora è chiara la sua preoccupazione: gli effetti desiderati non si sono prodotti, mentre sono enormi quelli negativi», commenta gli ultimi sviluppi della guerra in Iran l’ex premier ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni.

Quali sarebbero dovuti essere gli effetti desiderati?
«Direi un’operazione alla Maduro, una Delcy Rodriguez degli ayatollah alla guida dell’Iran o addirittura la caduta del regime, ossia la libertà per un popolo massacrato. Solo che non è successo, e adesso l’impatto economico può essere devastante. Non è solo una fiammata del prezzo del barile: è la crisi del modello di stabilità delle monarchie del Golfo, la messa in discussione di un’arteria strategica del trasporto marittimo per combustibili e fertilizzanti».

Ora Trump chiede aiuto agli alleati, e prevede un futuro negativo per la Nato se non interviene in soccorso.
«Mi ricorda una frase passata alla storia del segretario al Tesoro americano del 1971, John Connally. Gli americani avevano rotto la parità oro-dollaro provocando problemi in tutte le economie, lui disse: “Our dollar, your problems”. Il dollaro è nostro, i problemi sono vostri».

Attualizzando a oggi: la guerra è nostra, i problemi sono vostri?
«Questa è l’impostazione. Gli Stati Uniti sono diventati autosufficienti dal punto di vista del gas e del petrolio, mentre i più danneggiati dalla chiusura dello stretto di Hormuz siamo noi e gli asiatici. E Putin trae vantaggio dalla crescita del prezzo del petrolio e dall’allentamento americano delle sanzioni. Ma dopo aver scatenato una guerra in solitaria senza nemmeno avvisare gli alleati, la richiesta di aiuto di Trump non credo possa trovare molta eco in Europa».

Cosa dovrebbe rispondere l’Europa?
«Non possiamo condividere una guerra che non è nostra e che ci danneggia ogni giorno di più. L’unica cosa che possiamo fare, da alleati, è tentare di spingere Trump a concluderla al più presto. La guerra crea problemi anche all’economia Usa: la crescita rallenta e aumentano i prezzi».

Si era parlato di allargare a Hormuz la missione Aspides, ma ieri i ministri degli Esteri hanno bocciato l’idea. Hanno fatto bene?
«Aspides si trova nel mar Rosso, si occupa di Huthi e ha regole di ingaggio lontane secoli dalla situazione attuale. Pensare che possa consentire la riapertura dello stretto di Hormuz è fantascienza».

Quanto ci devono preoccupare gli attacchi alle basi italiane a Erbil e in Kuwait?
«Non sono attacchi all’Italia. Si tratta di assetti militari di diversi Paesi, alcuni colpiti in modo più pesante, come la Francia che ha avuto una vittima. Fa bene il governo a cercare di mantenere la nostra presenza, pur ridimensionata nei numeri, perché per il nostro Paese è sempre stato un punto di onore essere a Erbil e far parte del contingente Unifil in Libano».

La posizione del governo sulla guerra l’ha riassunta la premier in tv: non condivido e non condanno. La convince?
«No. E trovo sorprendente che ci abbia messo dieci giorni a dire l’ovvio che i principali leader europei hanno detto subito: si tratta di una operazione fuori dalla legalità internazionale».

La premier Meloni però ricorda che non è la prima volta: l’attacco russo all’Ucraina risale ormai a quattro anni fa.
«E infatti abbiamo tutti subito condannato la Russia. È vero che nel tempo ci sono state ripetute violazioni, ma per la prima volta gli Usa non hanno nemmeno provato a giustificare la loro scelta sul piano della legalità internazionale, come tentarono di fare perfino Bush e Colin Powell con le presunte armi di distruzione di massa di Saddam. Il fatto che l’operazione sia partita senza nemmeno informare gli alleati avrebbe dovuto indurre il governo a prendere rapidamente le distanze. Visto anche che noi, acquistando una parte consistente del fabbisogno di gas dal Qatar, siamo tra i più colpiti dalle conseguenze economiche».

La mancata condanna della premier è determinata dalla vicinanza a Trump?
«Certo. Meloni ha di fronte un enorme problema: quello che sarebbe potuto apparire come un vantaggio, cioè la vicinanza ideologica a Trump e al movimento Maga, sta diventando un problema. Non a caso, gran parte della destra sovranista europea, ad eccezione di Orban, è molto tiepida verso il presidente americano».

Come giudica la proposta del governo di un tavolo con le opposizioni sulla guerra?
«Le opposizioni dovrebbero prenderne atto positivamente e accettare. La discussione se debba essere un tavolo, un incontro in piedi o via Zoom mi sembra surreale. Al di là dell’aspetto militare, ci sono risvolti economici di cui discutere, tanto più nel momento in cui il partito di Putin comincerà a farsi sentire anche in Italia».

Cosa intende dire?
«Ci sarà chi, anche qui, comincerà a dire: allentiamo le sanzioni al petrolio russo».

Lo ha già detto il vicepremier Salvini: diventerà un problema per il governo questo controcanto pro Russia?
«Spero di non essere troppo ottimista, ma credo che la presidente del Consiglio abbia chiara la necessità di tenere la barra dritta sulla priorità dell’Europa, cioè il sostegno all’Ucraina».

Cosa ne pensa dell’incontro tra il viceministro Cirielli e l’ambasciatore russo?
«Direi che è stato quanto meno inopportuno».

Mentre si discute di guerra, si chiude una criticata campagna elettorale per il referendum sulla magistratura.
«Ci sono stati eccessi, ma direi di non drammatizzare. E di evitare l’ipocrisia che nega valore politico ai referendum: ce l’hanno quasi sempre avuto, negli ultimi cinquant’anni».

Per questo voterà No?
«Voterò No perché, nel merito, pur condividendo la separazione delle carriere, considero inaccettabile il sorteggio in Costituzione e discutibile il doppio Csm. E, dal punto di vista politico, non mi convince l’idea di fondo di un riequilibrio dei rapporti di forza tra esecutivo e magistratura».

Se vincesse il No, sarebbe l’occasione per l’opposizione per costruire il famoso campo largo?
«Se vincesse il No, questo complicherebbe la traiettoria della maggioranza e del governo, ma la strada per costruire l’alternativa non verrebbe di colpo spianata. Va percorsa, e non è un cammino facile».

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