Gino Cecchettin: “Fare sempre attenzione al linguaggio, anche nella musica”

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«L’attenzione al linguaggio andrebbe fatta sempre e comunque, anche quando si parla di amore». Così Gino Cecchettin a margine della presentazione all’Università Cattolica di Milano del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, dal titolo “In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z”.

«È fin dall’infanzia che gli stereotipi ci si attaccano addosso e non ci consentono di vivere una vita piena», continua Cecchettin, «gli stessi che hanno portato Carlo Conti a fare la battuta perché continuiamo a considerare la gelosia come un elemento fondamentale di una relazione d’amore, quando invece l’amore dovrebbe bastare a se stesso».

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Il riferimento è alle parole che il conduttore ha pronunciato sul palco di Sanremo durante la serata finale, quando ha chiesto alla moglie di non indossare i jeans usati dalla ballerina Francesca Tanas durante l’esibizione di Samurai Jay. Ha chiesto che l’episodio non diventi «un processo personale», ma piuttosto l’occasione per interrogarsi su questi luoghi comuni «radicati nella comunità». L’altro dibattito che arriva dal Festival è quello sul modo in cui nei testi di alcune canzoni, compresa quella vincitrice, si trattano le relazioni: «Per parlare di amore, che è la cosa più difficile, bisognerebbe capire cos’è il vero amore», commenta Cecchettin, «serve maggiore consapevolezza culturale anche nella musica pop».

E di stereotipi si parla anche nel rapporto presentato da Cristina Pasqualini, sociologa e docente. Secondo le opinioni raccolte dai ricercatori tra persone tra i 18 e i 34 anni, trovano vera l’affermazione «le donne serie non vengono violentate» il 10,3% dei maschi e appena il 4,6% delle femmine. Sono convinti che «le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire?» il 5,9% delle femmine contro l’11,7% dei maschi intervistati.

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Un fenomeno, quello della violenza di genere, percepito comunque come un’emergenza: secondo il 62,4% dei giovani, la violenza sulle donne in Italia negli ultimi anni è aumentata (lo pensa il 52,2% dei ragazzi e il 73,4% delle ragazze). Il 41% delle donne intervistate ritiene che la crescita nel nostro paese sia superiore rispetto alla media europea.

«Continuiamo a perpetuare il modello del “vero uomo”, per cui i maschi devono qualificarsi come potenti e in controllo», ha commentato Alberto Pellai, psicoterapeuta, ricercatore e docente presso l’Università degli Studi di Milano, «è invece fondamentale intervenire su questi ruoli di genere che ci vengono proposti fin da bambini».

L’analisi si è anche concentrata sul femminicidio di Giulia Cecchettin, che per molti ha rappresentato un punto di svolta per la sensibilizzazione sul tema. Anche per l’impegno del padre e della Fondazione Cecchettin: «Quando ho capito che non avrei più riabbracciato Giulia ho scelto di farla vivere in un altro modo. Spero di evitare questo dolore ad altre famiglie. Da quando abbiamo iniziato a lavorare come Fondazione, i ragazzi che incontriamo mi chiedono sempre come accorgersi della violenza e come aiutare chi ne è vittima».

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La notizia dell’omicidio della giovane ha scatenato diverse reazioni tra i più giovani: il 70,6% di loro ha provato un elevato disgusto, il 40,7% dei maschi ha provato una forte vergogna, mentre il 61,7% delle femmine grande sfiducia. A seguire di più la vicenda sono state le ragazze (55,3%). Anche la maggior parte dei ragazzi si è interessata, ma in modo più superficiale (40,5%).

Guardando anche alle future generazioni, Cecchettin ha commentato il disegno di legge sulla violenza sessuale: «Il vero consenso c’è solo con il “sì”. Basti pensare al caso Pelicot. Pelicot non ha mai detto di no, ma nemmeno ha mai detto sì. Era in uno stato in cui chi abusava di lei l’aveva messa nelle condizioni di non poter negare. In quel caso la legge Bongiorno non funzionerebbe».

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