Si andava al cinema durante gli anni Settanta, i cosiddetti Anni di piombo? Si andava eccome, il cinema era ancora il divertimento preferito degli italiani, tracce di cinema si trovano anche nei più tetri proclami della organizzazioni terroristiche e ci sono molti interscambi tra il mondo del cinema e quelli che avevano scelto la violenza come unico modo per confrontarsi con il mondo. Il caso più eclatante è ovviamente quello di Giusva Fioravanti, passato da bambino prodigio degli sceneggiati televisivi a terrorista nero, ma ci sono molti altri esempi di intersezioni che provano come il fenomeno della lotta armata abbia in un modo o nell’altro coinvolto in Italia un numero notevole di persone, mentre alcuni esponenti di Prima Linea hanno paragonato il loro modo di agire a quello de Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah. Nel periodo più duro, quando tra il 1976 e il 1980 gli omicidi avvenivano giornalmente, ci sono per converso pochi film che raccontano il fenomeno, ma ci sono tracce di quanti accadeva nella società anche nei film più insospettabili.
l’intervista
Luc Merenda: “I poliziotteschi italiani di destra? Delle critiche me ne infischiavo, avevano milioni di spettatori”
DANILO CECCARELLI
Jean-François Rauger, il direttore di programmazione della prestigiosa Cinémathèque Française di Parigi, ha realizzato uno studio minuzioso sull’argomento in un volume pubblicato in questi giorni dall’editore francese Façonnage ed è significativamente intitolato Rosso sangue: il cinema italiano degli anni di piombo. Contemporaneamente, la sala parigina della Cinémathèque propone un’ampia retrospettiva di una quarantina di film di quegli anni che in qualche modo riflettono ciò che stava accadendo in Italia, in cartellone da domani al 14 aprile. Alcuni film in programma sono quasi obbligatori visto il tema trattato: Ecce bombo di Nanni Moretti, Mordi e fuggi di Dino Risi, il bellissimo e sottovalutato Todo modo di Elio Petri, il western Vento dell’Est che Godard gira a modo suo con l’intento dichiarato di far fallire il produttore. Ma ci sono sorprese che vengono dal cinema di genere, come sempre miniera di grandi emozioni. Ad esempio il western rivoluzionario di Sergio Corbucci Vamos a matar compañeros, in cui gli studenti ribelli sono vestiti come le guardie rosse di Mao e spingono il sottoproletario Tomas Milian a schierarsi dalla parte della Revolucion. Oppure il poliziesco con Luc Merenda Italia ultimo atto?, un film in cui nel 1977 (notare la data) si immagina che un commando terrorista rapisca il Presidente del consiglio.


O anche La morte ha fatto l’uovo di Giulio Questi, un thriller con Trintignant che è una sorta di concentrato della pop art tanto di moda in quegli anni. Senza dimenticare La polizia accusa: il servizio segreto uccide, ancora con Luc Merenda, poliziottesco in cui i corpi separati dello stato proteggono i neofascisti ma vengono smascherati da un poliziotto onesto.


E una citazione la merita anche La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci, una specie di incrocio tra le tematiche edipiche, i rapitori in cerca di bottino e l’industriale vittima del rapimento del figlio che si dimostra forse più cinico dei rapitori.


C’era veramente di tutto in quel cinema, che era una sorta di spugna capace di assorbire il meglio e il peggio delle idee che circolavano nella società. E osservare tutti insieme questi film contribuisce a tener viva la condizione che, quando il cinema italiano era un grande cinema, si poteva leggere attraverso le storie che raccontava (anche le più semplici e senza pretese) quanto stava accadendo nel Belpaese. È curioso che a questa considerazione si giunga attraverso l’opera di uno studioso d’Oltralpe, ma non dimentichiamo che sono stati proprio i critici francesi a scoprire negli Anni Sessanta i grandi autori popolari che la critica italiana non considerava, da Dino Risi a Riccardo Freda, da Mario Bava a Raffaello Matarazzo. E il regista italiano forse più importante di tutti i tempi, Roberto Rossellini, era quasi messo da parte qui da noi mentre i giovani leoni della Nouvelle Vague Jean-Luc Godard e François Truffaut lo consideravano un loro anticipatore, come ci ha ricordato Richard Linklater in un recente film dedicato a quegli anni.
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