Gli infermieri e il cuore per Domenico: “Provammo a scongelarlo con acqua fredda, poi tiepida, infine calda”

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Dai loro racconti sembra di vederlo l’attimo drammatico in cui viene aperto il box contenente il cuore che sarebbe dovuto toccare al piccolo Domenico, regalandogli una nuova vita. Sembra di vederla l’incredulità, poi schiacciata dalla rabbia e subito dopo dalla necessità disperata di “fare presto” e trovare una soluzione per salvare quel bambino che stava lì, sul lettino della sala operatoria, intubato, anestetizzato e già senza il suo cuoricino che, seppur malandato, aveva funzionato fino all’attimo esatto in cui non gli è stato asportato per fare posto a un organo nuovo e sano. Da quel box, partito dall’ospedale San Maurizio di Bolzano con il cuore donato da un bimbo di 4 anni morto annegato in una piscina e giunto via aereo a Napoli, uscì un unico grande blocco di ghiaccio che teneva ingabbiato l’organo tanto atteso. «Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda. Ma non servì a nulla. Il cuore era una pietra di ghaiccio», ha raccontato qualcuno degli infermieri presente in sala operatoria e risucchiato, suo malgrado, in quella disperata impresa di “salvare” il cuore completamente congelato per cercare di conseguenza di salvare Domenico. Un’impresa che spinse il cardiochirurgo Guido Oppido a decidere di impiantare comunque l’organo congelato «per assenza di alternative». Il racconto su parte di quanto accadde in quella sala operatoria dell’ospedale Monaldi di Napoli lo scorso 23 dicembre è agli atti del fascicolo di inchiesta aperto dalla Procura della Repubblica di Napoli che al momento vede indagate sette persone, sei delle quali hanno fatto parte del team che si è occupato dell’espianto e dell’equipe che materialmente ha eseguito il trapianto. La settima indagata è una dirigente medico responsabile del programma trapianto del cuore al Monaldi: la professoressa non ha preso parte materialmente né all’espianto né al trapianto, ma il suo coinvolgimento potrebbe essere legato al delicato tema dei protocolli e anche all’aspetto della formazione sull’utilizzo dei box di ultima generazione deputati al trasporto del cuore ma rimasti in ospedale, quel 23 dicembre, perché non ci sarebbe stata adeguata formazione da parte degli addetti al gruppo Trapianti, che avrebbe così ripiegato sul modello più obsoleto ma comunque adatto allo scopo. Tutti rispondono di concorso in omicidio colposo.

Agli atti ci sono dichiarazioni anche su ciò che accadde subito dopo quell’operazione di trapianto disperata. Il 10 febbraio si tenne una riunione interna al Monaldi a cui partecipò anche il cardiochirurgo Guido Oppido, che ha impiantato il cuore danneggiato. Al centro della disputa la tempistica dell’espianto del cuore, avvenuta prima che il cuore donato da Bolzano fosse arrivato in sala operatoria. La riunione sarebbe stata particolarmente accesa: Oppido avrebbe anche sferrato un calcio a un termosifone.
Intanto a Bolzano i carabinieri del Nas di Trento continua a lavorare per fare chiarezza su chi materialmente avrebbe rovesciato il ghiaccio secco – alla vista identico a quello tradizionale – nel box che avrebbe poi dovuto contenere il cuore del donatore. Sembra certo che la mano sia stata quella di una infermiera, ma l’avvocato Francesco Petruzzi – legale della famiglia – aggiunge nuovi particolari su questo aspetto. L’Oss che ha fornito il ghiaccio secco alla cardiochirurga del Monaldi che ha eseguito l’espianto del cuore dal donatore, «l’ha portata dove era stipato il ghiaccio secco, ha chiesto alla dottoressa se questo ghiaccio andava bene e la dottoressa ha confermato che andava bene il ghiaccio», ha spiegato Petruzzi.

«L’Oss – ha precisato il legale – non ha nessuna qualifica, nessuna culpa in viligilando relativamente a questa situazione. L’ospedale di Bolzano non è un centro trapiantologico. Il ghiaccio secco ha motivo di esserci perché fanno conservazione ai tessuti». Su quanto accaduto a Bolzano stanno lavorando anche gli ispettori del Ministero. Si stanno ascoltando i presenti nella sala operatoria, si stanno acquisendo testimonianze anche per fare luce su possibili errori commessi dal team del Monaldi proprio durante l’espianto del cuore. Nall’Audit firmato dal direttore del Dipartimento Salute della Provincia autonoma, Michael Mayr, l’equipe di Innsbruck, giunta lì per occuparsi dell’espianto di altri organi (reni, fegato e polmoni) destinati ad altri bambini in diverse parti d’Italia, sostiene di essere dovuta intervenire per dare una mano al team Napoli. Le criticità “denunciate” fanno riferimento a un «drenaggio insufficiente durante la fase di perfusione, con conseguente massima congestione di fegato e cuore, che ha richiesto un intervento correttivo emergente da parte del team di Innsbruck».

E, allora, l’autopsia sul corpo del piccolo Domenico dovrà chiarire anche se l’organo donato sia stato già compromesso in fase di espianto, circostanza che andrebbe ad appesantire questa storia di errori e superficialità che è costata la vita a un bambino di due anni e quattro mesi. Una storia resa ancora più amara dal silenzio che l’ha accompagnata e che ha accompagnato le comunicazioni con i genitori. «Io ho capito che le cose erano andate male perché dopo Capodanno i medici sparirono tutti – ha raccontato Antonio, il papà di Domenico, in una intervista al Corriere della Sera -. Nessuno ci venne a dire più niente, era finita ma noi ancora non lo sapevamo. Così, poi quando è venuto fuori tutto, ero molto nervoso e tre giorni prima che Domenico morisse ebbi un brutto litigio con le guardie giurate. Le stesse che poi mi sono venute ad abbracciare con sincerità sabato scorso, in ospedale, quando è morto». Antonio e Patrizia non chiedono altro che conoscere la verità, una verità che gli inquirenti cercheranno anche nei telefoni cellulari degli indagati: oggi comincia la perizia, disposta dalla Procura, che potrebbe restituire informazioni importanti sul perché Domenico oggi non c’è più.

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