«L’eroe, un soldato, un Berretto Verde un agente della Cia», è diventato «un debole». Donald Trump ribalta il giudizio su Joe Kent, direttore del Centro nazionale del Controterrorismo reo di essersi dimesso. Non sono le dimissioni la pietra dello scandalo. Kent ha lasciato il suo incarico alla National Intelligence, l’agenzia che coordina le attività di spionaggio antiterrorismo e controterrorismo e la sicurezza ed è guidata da Tulsi Gabbard, con una lettera molto dettagliata in cui spiega la sua «resa” perché «non posso in tutta coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran – si legge – non poneva nessuno rischio imminente alla nostra Nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra su pressioni di Israele e della sua potente lobby americana».
Kent non è un funzionario qualunque, ma è arrivato a ricoprire un ruolo apicale nell’Amministrazione grazie a una convinta adesione ai dogmi dell’America First trumpiana e a un impegno in campagna elettorale e un’esposizione mediatica a favore di Trump. Nel 2020 era stato fra i più pugnaci nel sostenere la cospirazione contro Trump e le frodi elettorali; lo scorso anno era stato “ripreso” dal direttore dell’FBI Kash Patel per aver sostenuto che c’era un complotto straniero dietro l’uccisione di Charlie Kirk, l’influencer fondatore di Turning Point USA ucciso in settembre da un cecchino durante un evento in Idaho. In passato aveva avuto contatti – che poi aveva negato – con simpatizzanti neonazisti (Greyson Arnold) e con Nick Fuentes il negatore dell’Olocausto. Un curriculum che aveva portato la senatrice Patty Murray, democratica, a definirlo nelle audizioni per la nomina al Controterrorismo un sostenitore di «teorie complottistiche che rivelano il suprematismo bianco e che lo rendono quindi inadatto a ricoprire il ruolo». Il Senato comunque lo promosse con 52 voti a favore e 44 contrari.
Kent è il primo della cerchia trumpiana a lasciare il posto per una divergenza di opinione su una questione politica centrale.
Nella lettera il funzionario denuncia l’inversione a U di Trump sul fronte della politica estera: le campagne elettorali del 2016, 2020, 2024 – argomenta – sono state all’insegna dei «valori e delle politiche che sostengo». I binari sono rimasti intonsi sino al giugno del 2025, fino ad allora Trump, secondo il “neo-dissidente”, aveva capito che le guerre in Medio Oriente erano una «trappola per derubare l’America» e costava vite umane e «la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». Giugno 2025 è il mese dei raid contro i siti nucleari dell’Iran e l’inizio, secondo diversi analisti e parte della vulgata del mondo Maga, del cambio di passo di Trump.
Kent è stato dispiegato in combattimento 11 volte – lo ha ricordato nel finale della lettera – ha una Gold Star e ha perso la moglie Shannon «in una guerra architettata da Israele». La moglie era una crittologa della Marina, ed è stata uccisa in un attentato nel 2019 a Manbij. Kent ha sovente citato questa perdita come un momento decisivo nella sua vita, che ha influenzato le sue opinioni sui conflitti militari.
Il DNI non ha ancora commentato le dimissioni. Trump l’ha liquidato con sufficienza: «Se non credeva – ha detto dallo Studio Ovale – che ci fosse un pericolo portato dall’Iran, allora è bene che sia fuori». Ha detto che «pensava che fosse un brava persona, ma si è rivelato un debole».
Il conflitto in Iran e l’alleanza fra Usa e Israele hanno diviso il mondo Maga. Alcune figure di spicco come Megyn Kelly e Tucker Carlson sono critiche nei confronti di Trump su entrambi i fronti; altri che come i podcaster Joe Rogan, Theo Von e Tim Dillon sono risultati decisivi nelle elezioni del 2024, hanno allentato il loro appoggio a Trump criticandone l’attivismo sul fronte internazionale. Theo Von fra l’altro era stato l’animatore del discorso in stile comizio, che il presidente Usa aveva tenuto nel maggio del 2025 davanti a migliaia di soldati della base Al Udeid in Qatar.
IL PUNTO
Cresce il rischio attentati negli Usa per via della guerra. Rubio agli alleati: agire contro l’Iran
IACOPO LUZI
Nei giorni scorsi erano emersi anche i malumori del vicepresidente JD Vance nei confronti del conflitto. Capofila della corrente più isolazionista, Vance aveva posto diversi paletti per l’impiego delle forze armate Usa nella regione. Non è forse un caso che lunedì in un botta e risposta nello Studio Ovale fra i reporter e Trump, quest’ultimo abbia chiesto al suo vicepresidente di rispondere a una domanda sull’Iran offrendogli l’occasione di allinearsi pubblicamente con il presidente.
Nonostante i big del mondo Maga siano scettici se non ostili all’intervento, i sondaggi raccontano un’America diversa. Secondo la NBC il 77% dei repubblicani – e fra questi il 90% di coloro che si definiscono Maga – sostengono i raid contro l’Iran. E lo stesso sondaggio evidenzia che il 69% dei repubblicani simpatizza maggiormente con Israele rispetto che con i palestinesi .
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