“Ho paura di finire picchiato all’Università”, su whatsapp i timori della maggioranza silenziosa

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«Non possiamo andare in università sapendo che può finire a botte con gli occupanti. Se voi avete il coraggio di farlo, bravi. Io personalmente no, e non posso permettermelo». Dopo quasi due anni dal blocco delle lezioni per la Palestina è tornato attivo il gruppo Whatsapp “Contro l’occupazione di Palazzo Nuovo”. Ma questa volta intervengono anche alcuni genitori, che scrivono direttamente ai vertici dell’ateneo chiedendo rassicurazioni. E così, anche se la sede dei Dipartimenti umanistici è tornata aperta e agibile da martedì, c’è chi ha così paura di tornare da preoccupare le famiglie.


Studenti turbati e clima di tensione

«Alcuni mi raccontano di essere turbati, di avere paura, perché queste continue occupazioni stanno rovinando la nostra quotidianità» spiega Sara Marovelli, che sta raccogliendo alcune delle testimonianze. Al direttore del Dipartimento Alessandro Mengozzi non è arrivata nessuna lamentela: chi ha paura scrive direttamente alla rettrice, la più esposta in questo momento. Un clima di tensione che non accenna a scendere, nonostante adesso le attività siano riprese regolarmente. Anche perché il disagio viene percepito da quel “sommerso” di studenti che non prendono parte alla vita politica dell’ateneo, e non hanno portavoce né pagine Instagram su cui scrivere.


Il difficile equilibrio dell’ateneo

Cerca di calmare le acque il prorettore Gianluca Cuniberti: «Palazzo Nuovo è casa per tutti, è la casa della formazione e della ricerca umanistica. È plurale per definizione, è di ogni studente e docente. Questo valore ci stiamo impegnando a custodirlo ed espanderlo». Ma il disagio viene percepito, da qualcuno, anche all’interno degli organi di governo.


La docente: «Non mi sento sicura nella mia università»

La direttrice di Matematica Susanna Terracini, per esempio, non lo nasconde: «Siamo soprattutto noi senatori a soffrire il livello delle intimidazioni e prevaricazioni. E ovviamente siamo indignati per lo spregio delle strutture e il disprezzo per le istituzioni accademiche». Durante l’ultima seduta c’era stato un tentativo di irruzione, e una senatrice aveva gridato: «Rettrice, chiama la polizia o lo faccio io. Non mi sento sicura nella mia università».


Il disagio degli studenti e il sommerso dell’università

E così, la paura trova spazio tra le mail e quel vecchio gruppo Whatsapp. «Con tutte le tasse che paghiamo e gli sforzi che facciamo, siamo in una situazione di disagio, ansia e incertezza – è lo sfogo di una ragazza – A novembre mi sono trovata con l’università e la stazione bloccate, ero da sola e ho davvero avuto paura di tornare a casa. Non credo sia normale avere paura di andare in università». Un’altra: «Sono entrata a Palazzo Nuovo martedì e c’era un odore fortissimo di candeggina, perché chissà cosa hanno dovuto pulire. Non mi sembra normale». Sono messaggi di condivisione e confronto. «Non riesco a capire come possa essere vista come positiva. È stata una prevaricazione.

L’università non è un hotel, né una discoteca

Le festa avvenuta nei locali di Palazzo Nuovo durante l’occupazione prima del corteo contro lo sgombero di Askatasuna 

Non tutti la pensano allo stesso modo. «Io non sono contro le occupazioni, ma mi urta che vengano fatte solo a Palazzo Nuovo». Risposta: «Io invece sono contro chi delinque e chi non rispetta la legge. Sono stufo di cercare il dialogo con certi spostati». Sono parole di quel “sommerso” che normalmente non ha voce, perché non partecipa alla vita politica dell’ateneo, che adesso però non ce la fa più.

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