PESCARA. La metafora è quella di mamma orsa che si aggira guardinga nel Parco nazionale d’Abruzzo con i suoi tre cuccioli. A un tratto, nel bosco, spunta una pattuglia dei carabinieri forestali che sottrae i cuccioli alla mamma, per trasferirli in una struttura protetta dello Stato allo scopo di studiare il loro comportamento per un periodo non definito di “osservazione”. La reazione di mamma orsa è a quel punto istintiva, rabbiosa, non mediata da alcuna conoscenza delle regole che l’essere umano ha imposto anche al mondo animale.
Ecco, a novanta giorni dal trasferimento di Catherine Birmingham e dei suoi tre bambini nella casa famiglia di Vasto, su disposizione del Tribunale dei minori dell’Aquila, la storia della famiglia nel bosco potrebbe essere riassunta così: una donna che in questi tre mesi si è sentita come un animale in gabbia. Gelosa di tutte quelle figure, psicologhe, insegnanti, assistenti sociali, che nella struttura di Vasto girano attorno ai suoi bambini per cercare di “addomesticarli”, proprio come ha fatto sempre lei in Australia e poi in giro per il mondo, dal Giappone alla Germania, all’Indonesia, nella sua professione di domatrice e istruttrice di cavalli.
Lei al piano di sopra nella casa famiglia di Vasto gestita dalla Diocesi, i figli al piano di sotto, a disegnare, giocare a carte, con le macchinine e con le bambole, a guardare la tv, l’altra grande scoperta per loro. Salvo irrigidirsi improvvisamente quando la mamma appare nella grande sala dove gli altri minori della struttura, una decina in tutto, fanno le stesse cose.
A quel punto i figli di Catherine cercano lo sguardo della madre per avere un gesto di approvazione. Sanno come la pensa lei su quel mondo dominato dalla plastica e dal consumo compulsivo che non risparmia neanche i prodotti della terra. In questi 90 giorni hanno fatto scoperte nuove, ma il rapporto affettivo con mamma Catherine e papà Nathan è fortissimo e gli insegnamenti ricevuti nella loro breve vita nel bosco (i due gemelli compiranno 7 anni a marzo, la più grande 9 il prossimo luglio) contrastano con la quotidianità vissuta nella casa famiglia di Vasto.
Nervosa lei, mamma Catherine, costretta a versare lacrime di nascosto. Nervosi e ansiosi spesso anche i tre bambini, quando mentre scappano di corsa dalla madre, al piano di sopra, riempiono i muri di scarabocchi, si scagliano contro una porta a vetri, lanciano sassolini dal terrazzino dell’alloggio che la ospita.
Salvo poi ritrovare la loro serenità durante le ore di svago, le visite del papà, della nonna e della zia, arrivate dall’Australia a dare man forte a Catherine. O quando nella struttura si presenta la maestra per fare loro lezioni privatamente e “gratuitamente”, da semplice volontaria. Per lei, Lidia Camilla Vallarolo, insegnante in pensione di Vasto ma originaria di Torino, i tre bambini sono stati una scoperta: «Tutto procede regolarmente, sono sempre molto attenti, seguono il metodo didattico che ho avviato con loro. Con me la situazione è tranquilla».
I legali della coppia anglo-australiana hanno presentato l’ennesima istanza per il ricongiungimento della famiglia. Il 6 e 7 marzo è prevista una tappa importante: l’incontro della psichiatra nominata dal Tribunale dei minori con i tre bambini, per completare la perizia psicodinamica disposta sia sulla coppia che sui loro figli. La Ctu avrà 120 giorni di tempo per consegnare la sua relazione, dunque fino a giugno. Ma la tensione che si sta accumulando nella struttura di Vasto sembra suggerire una soluzione più vicina. Tra le potesi, si fa strada anche il possibile affidamento provvisorio dei tre bambini al papà. Ma è ancora tutto sospeso nell’incertezza, nel dubbio su come uscire da uno dei fatti di cronaca più complessi degli ultimi vent’anni, senza che nessuno si faccia male.
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