Duecentosettantatré impianti dismessi in quota, più del doppio rispetto al 2020 e otto in più dell’anno scorso. Sale a 247 invece il numero degli edifici “sospesi”, ovvero alberghi, residence, complessi militari o produttivi abbandonati o sottoutilizzati. È la fotografia scattata da Legambiente, che stamattina a Milano ha presentato il dossier “Nevediversa 2026”, l’annuale censimento delle strutture sciistiche e ricettive su Alpi e Appennini. Un resoconto impietoso, che focalizza l’attenzione sullo stato di malattia delle terre alte e sull’insostenibile centralità dello sci in tempo di crisi climatica.
Fine Stagione. Il futuro della montagna senza neve
Maglia nera dell’arco alpino, anche quest’anno, è il Piemonte, che vanta il più alto numero di strutture sciistiche dismesse (76), seguito dalla Lombardia (51). Sempre nel Nord-Ovest è la regione alpina che conta invece più edifici “sospesi”: la Valle d’Aosta.Il report snocciola nel dettaglio anche gli impianti sciistici chiusi temporaneamente (106), quelli che funzionano a singhiozzo (98), i cosiddetti casi di accanimento terapeutico (63 solo in Lombardia) e anche quelli che oggi sopravvivono grazie ai fondi pubblici (231). A proposito: nonostante l’aumento costante delle temperature, la fusione dei ghiacciai e fiocchi naturali sempre più scarsi, Legambiente stima che il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continui a sostenere il “sistema neve”, lasciando alla riconversione dei vecchi impianti e alla destagionalizzazione del turismo solo le briciole. Invece, secondo l’associazione ambientalista, sarebbe urgente «mettere in campo azioni di adattamento ai cambiamenti climatici, ripensare il turismo montano invernale e coinvolgere e ascoltare le comunità locali». Un po’ come si fa all’estero, mentre in Italia lo smantellamento o il riuso degli impianti non più funzionanti rimane una chimera, con appena 37 casi censiti.
«Il riscaldamento globale – ha commentato il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti – dimostra come la riduzione della neve sulle Alpi e gli Appennini non sia un fenomeno episodico. La crisi climatica, che ha visto un 2025 segnato da temperature record, genera anche impatti diretti sulla disponibilità idrica, sugli ecosistemi montani e sulle attività umane legate alla montagna». E ha aggiunto: «Servono più azioni di adattamento al clima ma occorre anche orientare politiche e investimenti verso modelli di turismo più sostenibili e resilienti, capaci di ridurre la vulnerabilità dei territori montani e di garantire condizioni di vita sostenibili nel lungo periodo».
I dati, del resto, parlano chiaro. Le previsioni di un po’ tutti gli istituti di ricerca indicano entro il 2050 difficilmente si scierà sotto i 1500 metri di altitudine. Stando ai dati Eurac-Research, la stagione nevosa dura oggi dai 22 ai 34 giorni in meno rispetto a cinquant’anni fa. Già ora le stazioni sciistiche a più bassa quota sono in grave difficoltà per le elevate temperature e la penuria di neve. Anche nelle località più grandi e blasonate ormai si scia soprattutto grazie all’innevamento programmato, con grande dispendio di risorse energetiche e costi – economici e ambientali – poco sostenibili. Per dire: solo in Italia si stima una spesa annua superiore ai 100 milioni di euro per imbiancare tutte le piste. E spesso con la partecipazione di fondi pubblici.
Un altro campanello d’allarme, denuncia il report Nevediversa, riguarda il futuro dei grandi eventi invernali a partire dalle Olimpiadi. In meno di trent’anni, secondo gli ultimi studi scientifici, si perderà il 44% delle sedi a cinque cerchi. Peggio ancora sarà per i Giochi Paralimpici, che sono tradizionalmente programmati a marzo, a ridosso della primavera. Come se non bastasse il global warming, ci poi ci sono le ferite inferte alle terre alte dai cosiddetti “luna park della montagna”: ossia quelle attrazioni ludiche come piste da snow tubing, bob estivo e altre amenità da parco divertimenti (28 quelle censite per la prima volta da Legambiente) che costituiscono «forme di intrattenimento artificiale con impatti non sempre sostenibili sull’ambiente montano».
«Ogni impianto inattivo – ha chiuso Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente – ha un costo economico e testimonia la fragilità di un modello di turismo che riduce la montagna a scenografia». Alla luce di ciò nasce il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza”, un decalogo frutto del confronto con le trecento Bandiere Verdi dell’arco alpino che puntano su sostenibilità e innovazione per far fronte alla crisi climatica. Il più illuminante? Il quarto comandamento: “La lentezza non è una rinuncia, ma una conquista”.
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