Il potere, nel mondo della moda, raramente alza la voce. Spesso basta un gesto minimo: una porta che si apre, una borsa appoggiata su una scrivania, uno sguardo che decide, con apparente indifferenza, ciò che milioni di persone indosseranno qualche stagione più tardi. Quando nel 2006 uscì Il Diavolo veste Prada, il film catturò questa forma di autorità discreta e quasi invisibile. Sotto la superficie scintillante di capi couture e redazioni febbrili, raccontava qualcosa di più duraturo di una commedia: il funzionamento del potere culturale. Ora, quasi vent’anni dopo, Il Diavolo veste Prada 2 arriva in un paesaggio mediatico profondamente mutato.

Al centro del primo film c’era Miranda Priestley, interpretata da Meryl Streep con precisione quasi geometrica. Il personaggio, modellato con evidente libertà sulla figura di Anna Wintour, storica direttrice di Vogue America, rappresentava un tipo di potere tipicamente novecentesco: quello delle istituzioni culturali capaci di orientare il gusto collettivo. Il film mostrava come le nostre preferenze estetiche siano a volte tutt’altro che spontanee. In una delle scene più celebri, Miranda spiega alla giovane Andy che il suo apparentemente innocuo maglione «ceruleo» è il risultato di una lunga catena di decisioni prese anni prima nelle collezioni degli stilisti e filtrate, stagione dopo stagione, dalle riviste di moda. Il gusto individuale, suggerisce il film, è spesso l’ultima tappa di un processo gerarchico. Non è difficile riconoscere, in questa intuizione, l’eco delle riflessioni di Pierre Bourdieu, per il quale il gusto oltre a essere una questione estetica è una forma di capitale simbolico: uno strumento attraverso cui le società definiscono differenze, appartenenze e prestigio. Nel 2006 quel sistema appariva ancora relativamente stabile. La moda era organizzata attorno a istituzioni dominanti che avevano il potere di consacrare una tendenza o di relegarla nell’oblio: le grandi maison, le settimane della moda, le riviste internazionali, una ristretta élite di mediatori culturali.
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Da allora il paesaggio è mutato. Le riviste e le case di moda restano centri cruciali dell’immaginario contemporaneo, ma l’autorità simbolica non si concentra più nello stesso modo. Oggi il gusto circola con una velocità e una capillarità che nel 2006 erano difficili persino da immaginare. Attraversa piattaforme come Instagram e TikTok, dove milioni di utenti partecipano, consapevolmente o meno, alla costruzione delle tendenze. Il risultato è un sistema apparentemente più democratico ma anche più instabile. Le gerarchie si moltiplicano e spesso vengono governate da logiche algoritmiche.

Il cinema ha spesso osservato la moda con un misto di fascino e diffidenza. In Blow-Up, Michelangelo Antonioni trasformava la fotografia di moda nel simbolo ambiguo di una modernità sfuggente; in Pret-à-Porter, Robert Altman ne metteva in scena il lato iperbolico e quasi grottesco. Il Diavolo veste Prada aveva scelto una via più sottile: raccontare la moda come una istituzione culturale, con i suoi rituali e le sue gerarchie. Per Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, entrare in Runway significava varcare la soglia delle élite creative, conquistare prestigio attraverso impegno, fatica e disciplina quasi rituale. Oggi quella narrazione appare meno ovvia. Il lavoro culturale ha perso parte della sua aura quasi mitica trasformando ciò che un tempo era ambizione in una rigorosa dedizione professionale. Oltre alla trama, la vera domanda che aleggia attorno a Il Diavolo veste Prada 2, riguarda Miranda stessa. Che cosa significa incarnare l’autorità del gusto in un’epoca in cui il «gusto» sembra emergere da milioni di schermi? Nel primo film Miranda era temuta come vertice di una piramide culturale chiara. Oggi, in un mondo dominato da piattaforme e algoritmi, quella piramide si è trasformata in costellazione. E forse è proprio questa la ragione per cui il suo ritorno esercita una curiosa attrazione, perché ci ricorda un momento in cui il potere culturale aveva un volto riconoscibile e affidabile. Adesso quel volto tende a dissolversi nella luce fredda degli smartphone. E proprio per questo la sua figura continua a esercitare fascino: appartiene a un tempo in cui il potere del gusto era visibile e concreto. Aveva un ufficio, una scrivania, responsabilità precise e una porta che si apriva nel silenzio decretando ciò che sarebbe stato desiderato, seguito e indossato.
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