«Mio padre Mark Rothko è cresciuto in una famiglia ebrea non molto religiosa, ma ha sempre cercato con la sua opera qualcosa di più grande senza saperlo nominare né toccare o dipingere. Questa ricerca esistenziale penso sia la stessa essenza umana, la ricerca di ciò che non si sa». Christopher Rothko, 62 anni, accompagna nella visita alla mostra su suo padre, diffusa a Firenze fino al 23 agosto tra Palazzo Strozzi, le celle affrescate da Beato Angelico al Museo San Marco e la Biblioteca Laurenziana. Nel suo caso si tratta anche della ricerca di un figlio che ha perso il papà a 6 anni. Mark Rothko si tagliò le vene nel 1970 a 66 anni dopo aver sofferto di alcolismo e depressione. Christopher non ne fa mistero: «Mio padre insegnava arte ai bambini per vivere, è stato un artista tardivo e ci ha messo un po’ a iniziare a vendere. Non si sarebbe mai immaginato il successo successivo, si accontentava di sopravvivere. Il suo assurdo valore di mercato credo sia dovuto al fatto che la sua opera risulti riconoscibile, anche alle aste, ed essendo morto presto a causa dell’alcolismo ci saranno meno di mille tele e mille disegni in giro, un numero limitato».
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Di formazione psicologo, di carattere molto paziente, Christopher si occupa del padre da trent’anni tra mostre, prestiti, cataloghi, tutela della sua opera. Lo ha conosciuto tramite i suoi lavori, «il suo miglior testamento». Della mostra gli sta a cuore in particolare un disegno sui toni dell’azzurro, che una volta gli apparteneva e teneva nello studio: «Quando lo guardavo dicevo, ecco papà». Sulla carta Rothko doveva limitarsi a uno o due strati di colore, mentre sulla tela arrivava a cinque o sei. Il suo mistero è tra quella vernice. Nella striscia a volte invisibile tra un colore e un altro si trova la sua luce, lì Christopher vede suo padre. Anche nei quadri più bui: «Il mio preferito – ricorda – è alla Kunsthaus di Zurigo, è del 1963 e ha quattro bande nere su fondo nero e sopra una striscia bianca». Il suo consiglio a Palazzo Strozzi è di «sostare davanti alle opere qualche minuto, perché cambiano colore, sono magiche». Gli strati di vernice riemergono davanti agli occhi rivelando nuovi significati, provocando altre emozioni. Questo fa un Rothko.
L’autore lo sapeva e predisponeva il raccoglimento necessario. Non esponeva con altri artisti e nel caso lo faceva in una sala dedicata. Richiedeva spazi ampi e poca luce. Questa mostra a Firenze è un sogno di famiglia, nasce dai Grand Tour da 5 dollari al giorno in Italia del pittore con la moglie, dall’amore per Beato Angelico, per Matisse, per Pompei. Non a caso «il rosso è il colore di Rothko per eccellenza, anche se poi i rossi da lui usati sono tanti», spiega la curatrice torinese Elena Geuna, che ha previsto un percorso «antologico, cronologico e cromatico per provocare emozioni diverse sala dopo sala. Rothko voleva portare la pittura al livello della musica e della poesia. Non intitolava o numerava le opere, lo hanno fatto i galleristi». Niente a che vedere con l’esibizione di Parigi non solo per la differenza tra la Fondazione Vuitton e Palazzo Strozzi, ma perché qui le 70 opere sono quasi tutte diverse e scelte apposta per il contesto rinascimentale e il fine introspettivo.
Fondazione Palazzo Strozzi (agf)

Si parte da un autoritratto e dalle prime opere figurative per poi trovare la via dell’espressionismo astratto, delle tele più grandi perché lo spettatore ci entri dentro, dei primi rettangoli, dal giallo e arancio si passa al blu, al rosso sempre più scuro, al marrone, al nero, fino al grigio senza strisce di speranza. L’ultima parola l’hanno i disegni dalle tinte più leggere. «Mio padre un surrealista? Ne ha fatto parte, ma non si trovava a suo agio – rivela Christopher –. Giudicava quel movimento in grado di scomporre e destrutturare, ma non di ricomporre e per lui nelle opere bisogna creare un insieme».
Rothko, che in realtà si chiamava Rothkowitz, era originario di Dvinsk in Lettonia e nel 1913 fuggì dalla Russia a Portland negli Stati Uniti con la sua famiglia ebrea per paura dell’antisemitismo zarista. Nonostante questo e il rifiuto successivo del capitalismo, anche ritirando lavori importanti come per i murali del Four Seasons a New York, secondo il figlio ha sempre considerato «la politica come un fenomeno momentaneo, mentre l’arte come duratura e dunque da non assoggettare alle questioni contemporanee. Il suo lavoro non si basa su messaggi impegnati, ma sull’idea di un rapporto personale con l’opera».
A Christopher, che ha una sorella dottoressa, tre figli che studiano altro e lui che non ha «mai disegnato dopo la scuola, anche se mio padre mi lasciava fogli ovunque», chiediamo cosa pensi del noto utente che pubblica un Rothko al giorno su Instagram: «Lo stimo per la dedizione, anche se non l’ho mai incontrato perché pare sia molto timido». E dagli ascensori di Palazzo Strozzi alle stampe su tela ordinabili su internet gli domandiamo anche come consideri le riproduzioni delle opere del padre: «Sono accettabili e comprensibili, basta sapere che non sono vere. Anch’io guardo tutto il tempo riproduzioni, in fondo lo sono pure i cataloghi. L’importante ogni tanto è andare a vedere gli originali nei musei. Non bisogna poi per forza possedere personalmente un’opera. Ciò che conta è fruirne. Come abbiamo tentato di fare a Firenze, realizzando il sogno di mio padre di esporre vicino a Beato Angelico e a Michelangelo».
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