Il Medio Oriente e la variabile cinese

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Quattro anni e quattro giorni. Il tempo esatto che separa quell’alba del 24 febbraio 2022 – con i carri armati russi in marcia verso Kiev – dai bombardamenti americani e israeliani su Teheran di sabato scorso. Contesti, attori, geografie molto diversi, ma uniti da un filo sottile e sempre più pericoloso: la linea di frattura del mondo continua a divaricarsi sotto i nostri piedi, mentre restiamo in equilibrio precario sperando che il terreno regga ancora un istante.

L’escalation non sorprende più nessuno: viviamo in un tempo che sforna caos ancora caldo ogni mattina. Ci siamo assuefatti a conflitti che esplodono all’improvviso, a considerare l’instabilità come lo sfondo permanente del quotidiano e la violenza come grammatica ordinaria del discorso pubblico. Eppure ciascun nuovo tassello della guerra mondiale a pezzi spalanca variabili che sfuggono a qualsiasi previsione; a ogni crisi si aggiungono nuovi livelli di incertezza che ci costringono, ogni volta, a ridisegnare la mappa da capo.

Oggi, il primo di questi livelli riguarda l’intera regione del Golfo. Dubai, Abu Dhabi, Riyad, Doha: in due decenni, le vecchie petro-monarchie del deserto si sono trasformate in snodi centrali della globalizzazione del XXI secolo. Fondi sovrani tra i più potenti al mondo, aeroporti che collegano tre continenti, reti digitali e finanziarie che fanno della regione un crocevia strategico tra Asia, Europa e Africa: il Golfo ha venduto al mondo una cartolina di stabilità impeccabile, fatta di grattacieli piantati nella sabbia e panfili multimilionari.

Da sabato, quella patina glitterata è stata graffiata. La risposta iraniana non ha colpito soltanto le basi militari americane nell’area, ma ha esteso i bersagli ad aeroporti civili, infrastrutture, alberghi in Paesi che si ritenevano protetti dalla deterrenza americana e dalla propria diplomazia calibrata. Teheran, prima ancora di distruggere obiettivi fisici, ha voluto incrinare la narrazione stessa della sicurezza: la regione non è più uno spazio di affidabilità garantita dove fare affari o andare in vacanza tra palme artificiali e spensieratezza. Un danno reputazionale più difficile da ricostruire di qualsiasi torre di vetro.

A questo si aggiunge il costo politico. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrein sono regni fondati su un patto tribale implicito. Il clan dominante governa finché garantisce sicurezza e stabilità agli altri. Se quella garanzia viene meno, vacilla anche la legittimità. Colpendo le facciate degli hotel a sette stelle e paralizzando il traffico aereo dell’intero pianeta, i missili iraniani rischiano di aver mandato in frantumi la fiducia interna accumulata in decenni, aprendo spazi di incertezza che nessun fondo sovrano è attrezzato a riparare.

Il secondo livello di incertezza riguarda direttamente Trump. L’attacco è anzitutto una sua scommessa personale. Nelle prossime settimane il presidente è atteso da Xi a Pechino per un incontro destinato a incidere sugli equilibri tra le superpotenze. Farebbe una bella differenza arrivarci con la gemma del vincitore sul capo. Dopo essersi autoincoronato sovrano del Venezuela per interposta persona e leader capace di riaffermare la centralità militare degli Stati Uniti nel mondo, significherebbe sedersi al tavolo con un margine negoziale ben maggiore. Iran e Venezuela rappresentano per la Cina importanti fornitori energetici: ridimensionarli equivale a restringere lo spazio strategico di Pechino prima ancora che la trattativa cominci. Se invece il conflitto si impantanasse senza risultati tangibili, Trump rischierebbe di presentarsi all’appuntamento in affanno. E Xi lo accoglierebbe con il sorriso sornione che si riserva agli avversari in difficoltà.

Ma proprio Pechino, insieme con Mosca, è al centro del terzo livello di incertezza. La leadership cinese ha costruito con l’Iran una relazione che va oltre il petrolio, fatta di cooperazione nell’ambito della Via della Seta e di accordi di lungo periodo su infrastrutture, tecnologia e corridoi logistico-strategici. Al tempo stesso, però, ha interessi altrettanto vitali negli Stati del Golfo che Teheran sta bombardando. Schierandosi troppo apertamente con l’Iran rischierebbe di alienarsi sauditi, qatarini ed emiratini, compromettendo quell’equilibrio diplomatico pazientemente costruito nel corso degli anni. Mosca, dal canto suo, aveva già visto ridimensionata la propria influenza in Medio Oriente con la caduta della Siria di Assad; vedersi sottrarre anche l’Iran significherebbe cedere un ulteriore segmento della propria proiezione regionale, e nessuno sa ancora quale risposta il Cremlino riterrà necessaria per non arretrare ancora.

In tutto questo, l’Europa guarda, consapevole dei rischi diretti che l’instabilità comporta — non inferiori a quelli della partita aperta in ucraina — ma priva degli strumenti per incidere. Così, dopo quattro anni e quattro giorni, siamo ancora qui, a tentare di capire una mappa che cambia ogni volta che proviamo a leggerla. L’auspicio è che non servano altri quattro per riuscire a cominciare a muoversi.

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